AI, Automazione, Data Science: il giornalismo cerca alleati contro le fake news

12 gennaio 2018. Mark Zuckerberg annuncia importanti cambi nell’algoritmo Facebook. “You’ll see less public content like posts from businesses, brands, and media” scriveva in un post dalla sua pagina “and the public content you see more will be held to the same standard – it should encourage meaningful interactions between people”. Dopo anni di controverso rapporto con il più frequentato dei social media, dalla progressiva perdita di peso delle pagine ufficiali passando per la non felicissima esperienza degli istant articles, l’editoria mondiale si è sentita nuovamente davanti a una penalizzazione del gigante Menlo Park. In realtà le edizioni on line dei quotidiani non sembrano aver ricevuto contraccolpi letali: alcune settimane fa, un report di Newswhip mostrava che da questo punto di vista non molto è cambiato in questi mesi. Secondo i rilievi dell’indagine, infatti, in cima al proprio feed gli utenti continuano a trovare tuttora le condivisioni di breaking news o notizie in tempo reale dalle testate giornalistiche. Ma Newswhip sottolineava contestualmente anche un altro punto: la questione delle fake news è più aperta che mai. Su Facebook continuano infatti ad attrarre vaste audience anche gli editori che fanno leva sul complottismo, sulla paura, sulla rabbia. E la scorsa settimana a Perugia, nella dodicesima edizione del Festival del giornalismo, il tema del sensazionalismo, delle storture della “popularity” dei contenuti, dei possibili antidoti del giornalismo, è rimbalzato in tanti interventi.

Nella presentazione Infowar e Digital propaganda Daniele Chieffi, direttore della comunicazione digitale Agi, ha spiegato il funzionamento di alcune meccaniche con estrema chiarezza: “clicco una volta un articolo sulla violenza nell’immigrazione? Da due volte, l’algoritmo la volta successiva mi mostrerà quel tipo di contenuto per tre volte. Poi cinque, poi dieci, poi  venti. E tutto questo crea delle bolle informative, le echo chamber, che alimentano le nostre convinzioni. Considerato che il 76% dei giovani si informa su Facebook”, aggiunge “capite bene che impatto può avere questa meccanica”. Rischi noti e quanto mai attuali dell’ecosistema digitale, che potrebbero però trovare proprio nelle nuove tecnologie un alleato inatteso.

Il panel discussion “Disinformazione e Intelligenza artificiale: sfide e opportunità” ha affrontato apertamente questo argomento. Negli interventi dei relatori molti scenari sulle nuove possibilità ma anche molta prudenza. “Gli algoritmi hanno chiaramente un problema di identificazione del sensazionalismo” ha detto Lisa-Maria Neudert, dell’Oxford Internet Institute. E si sta lavorando, ha spiegato, affinché l’intelligenza artificiale quindi possa identificare, verificare e correggere la disinformazione. “Però non è ancora così semplice” avverte “perché ci sono ostacoli nella contestualizzazione, nel riconoscimento di un eventuale machine bias, nell’applicazione su scala: gestire grossi data base è un problema”. “Dunque” ha concluso “attualmente l’azione di debunking attraverso l’AI deve avvenire sempre attraverso l’azione umana”. Nello stesso panel è intervenuta anche Amy Zhang, membro del computer Science e Artificial Intelligence Lab del MIT e della Credibility Coalition, che sta lavorando su nuovi metodi di valutazione della credibilità di un contenuto informativo. “Abbiamo in cantiere vari progetti che, tramite i tool, tentano di rispondere a queste domande: cos’è un contenuto credibile? E possiamo convergere su modi scientifici e di sistema per valutare la credibilità di un’informazione? E se si, come possiamo applicarli su scala?”. “Il primo pilot della coalition” ha raccontato “è stato un progetto su cinquanta articoli, analizzato attraverso il tool Texttresher. E abbiamo lavorato su alcuni parametri fissi nella valutazione di credibilità del contenuto giornalistico: la quantità di pubblicità presente ad esempio, e l’aggressività della pubblicità stessa”. La stessa Zhang riconosce però la difficoltà nel trovare correlazioni inequivocabili tra la presenza di advertising e la credibilità di un contenuto.

Martin Robbins, intervenuto subito dopo, ha esposto l’esperienza di Factmata, community di factchecking che si fonda su applicazioni di Artificial Intelligence: “cerchiamo di agire in logiche di scala molto ampie e stiamo cercando di preparare i nostri sistemi a farlo. Però certo l’AI non è una formula magica che può risolvere da sola tutti i problemi”. E ha poi proseguito, a proposito di giornalismo e social media: “uno dei problemi di Twitter e di Facebook è che sono piattaforme che hanno molto a che fare con ciò che crea engagement tra le persone, ma poco con la qualità di quello che c’è. Popularity versus credibility: questa è la frattura”. Su questo punto ha ripreso la parola Amy Zhang sottolineando che uno degli indicatori dei progetti di Credibility Coalition è proprio quanto il tono di voce di un articolo sia emotional. “Io penso” ha concluso “che i trending topic basati della popolarità caleranno di importanza e si riaprirà uno spazio per gli esperti”.

Nel frattempo, tuttavia, il dibattito sul nuovo rapporto giornalismo e tecnologia è apertissimo. Julia Angwin di ProPublica, intervistata da Fabio Chiusi nel panel Algoritmi, Potere e Responsabilità, si è occupata lungamente dell’accountability degli algoritmi e nei suoi lavori ha ben sottolineato gli attuali limiti dell’automazione, tuttavia ha sottolineato la necessità che i nuovi giornalisti siano maggiormente tech-litered rispetto al passato. Perché è chiaro che l’utilizzo dell’AI richiederà sempre di più un approccio multidisciplinare del fattore umano. E le nuove skill del resto  sembrano essere già entrate nella quotidianità di molte testate, come hanno raccontato gli speaker del panel Automazione, Realtà aumentata e intelligenza artificiale in redazione. Anne-Marie Tomchack di Mashable UK ha esposto l’esperienza della sua redazione con Velocity, un tool personalizzabile, in uso già da anni, che consente di prevedere quali storie funzioneranno meglio sui social. “Ci sono grandi possibilità ma anche grossi rischi”, ha detto. “Perché gli algoritmi possono creare fake news: gli algoritmi stessi quindi devono essere più intelligenti e i giornalisti hanno un ruolo importante anche nel controllare che queste tecnologie effettivamente funzionino. Il tema dello sviluppo delle piattaforme va di pari passo con quello dell’etica delle nuove tecnologie”. Il tema ineludibile, ed emerge in tanti interventi, non è tecnico ma culturale.  “Bisogna sempre tenere a mente il ruolo degli esseri umani”, spiega Francesco Marconi, direttore R&D del Wall Street Journal. “C’è molto lavoro editoriale dietro l’automazione, dietro i template: tutti i processi di validazione dei dati sono guidati dall’uomo. La vera differenza è che siamo passati da un modo lineare a un modo dinamico di produrre notizie:  i giornalisti oggi sono in un certo senso anche scienziati e sperimentano, e questo è un modo di creare un’organizzazione”. Anche lo stesso Marconi però in chiusura del suo intervento si sofferma sull’etica: “il giornalismo dev’essere fondato sulla trasparenza. Lo si chiede alle fonti, dev’essere chiesto anche al modo in cui costruiamo le macchine”. L’uso delle tecnologie di automazione e intelligenza artificiale è approdato anche in Italia grazie a Rep, l’app premium di Repubblica, raccontata da Andrea Iannuzzi: “cerchiamo di offrire servizi all’utente di Rep anche attraverso il monitoraggio dei suoi dati dell’utente e le sue interazioni, per ottimizzare il flusso dei contenuti che proponiamo”. Lo stesso Iannuzzi racconta però anche gli ostacoli strutturali e contingenti che questo processo di innovazione sta incontrando in Italia. “L’uso dell’intelligenza artificiale da noi è ancora in uno stadio iniziale: il machine learning non può fare in italiano tutto ciò che riesce a fare in inglese” rileva. “Poi ci sono mansioni che per ragioni sindacali o organizzative devono essere segmentate in più figure. All’interno del nostro gruppo editoriale c’è però il visual lab in cui stiamo mettendo insieme figure professionali diverse per farle lavorare insieme”.

Per chiudere con un’esperienza italiana, si segnala infine l’approccio al data journalism condotto da più di un anno da Agi con redazioni esterne, esposto dal condirettore Marco Pretallesi nel panel Fatti, dati, mobile. “Io e Riccardo Luna ci siamo insediati all’inizio di ottobre di un anno fa, e quasi contestualmente è merso il termine post-verità. Per questo abbiamo sintetizzato il nostro indirizzo con l’hashtag #laveritàconta. Però un conto è lo slogan, un conto è farlo e per questo abbiamo deciso di dare spazio a dati e factchecking e c’è stato bisogno di competenze specifiche, di coinvolgere le realtà migliori”. Nel panel sono state raccontate le collaborazioni strutturali che Agi ha allestito con Pagella Politica che, ha raccontato Giovanni Zagni, ha l’obiettivo di offrire ai lettori il contesto delle dichiarazioni pubbliche per verificarne l’attendibilità. Analogo rapporto è stato instaurato anche con Formica Blu, rappresentata da Elisabetta Tola, che fornisce articoli long form improntati sull’utilizzo dei dati, e Youtrend, che, racconta Lorenzo Pregliasco, con il medesimo approccio improntato sui dati fa analisi politica. Un modello organizzativo che, ha detto Pratellesi, richiede tempo e investimenti.

Marco Borraccino

 

Qui i miei articoli sulle precedenti edizioni del Festival Internazionale del giornalismo:

2017

Festival del giornalismo di Perugia 2017, fake news: l’antidoto è riscoprire la lentezza

2016

Festival del giornalismo Perugia 2016, il futuro passa dal mobile. E dall’Africa…

2015

Festival del giornalismo: come sostenere una testata online. A Perugia le idee degli altri

Tv e la sua seconda vita: da ‘cattiva maestra’ a dispositivo ‘smart’

2014

Festival del giornalismo di Perugia, si riparte da Snowden

Quel monarca assoluto di nome Google News

Il lettore 2.0, watchdog dei media

#H24: i numeri social del debutto

Buon esordio sui social e ampi margini di miglioramento per “H24, l’attualità condivisa”, nuovo appuntamento del mercoledì sera di Skytg24. 

Il format, curato dal vicedirettore Riccardo Bocca e dai giornalisti Francesca Smacchia, Francesca Baraghini e Dario Cirrincione, ha la propria vocazione nell’interazione col pubblico attraverso i social attorno a un tema da approfondire, che per la puntata d’esordio era l’immigrazione.

In tal senso, sono stati attivati due principali punti di contatto: Twitter, presidiato con un hashtag sponsorizzato già dalla mattina, e Facebook, con un gruppo pubblico che in pochi giorni ha raccolto 1500 membri.

Il monitoraggio, effettuato attraverso la piattaforma Talkwalker, è stato impostato sull’individuazione di post contenenti #H24hashtag24 nella giornata del 4 aprile. Qui i risultati, con un picco evidente nelle ore della messa in onda.

Particolarmente attivo e influente, come è ovvio, il curatore del format, seguito però anche da utenti comuni che hanno iniziato a prendere parte alla conversazione social sulla trasmissione Sky.

 

 

 

Il tool raccoglie in tutto, in relazione alla giornata, 717 menzioni per un totale di 440 fonti. Il tema prescelto per l’esordio, senz’altro spinoso per le divisioni che genera, è stato trattato anche in relazione a un altro argomento controverso, centrale anche in campagna elettorale: quello dei vaccini. Il secondo post a più alto engagement del flusso (il primo è di SkyTg24) è proprio quello che solleva questo tema, ed influenza anche, in parte, la word cloud finale generata dal tool. Postato nella tarda serata del 3, viene poi retwittato e discusso anche nella giornata successiva.

Interessante, infine, valutare il target social di coloro che hanno interagito e pubblicato sull’hashtag ufficiale del programma: tendenzialmente tra i 25 e i 34 anni, uomini, con una netta prevalenza delle professioni giornalistiche, quest’ultima dovuta probabilmente al peso attribuito dal tool ai post pubblicati dagli autori del programma.

Marco Borraccino

 

Big Data e codice: così due studenti della Sapienza hanno analizzato le elezioni su Twitter

I social media sono indicatori credibili dell’andamento di una campagna elettorale? Ci siamo interrogati in tanti a tal riguardo. E la misurabilità, l’ascolto, i risultati dei profili social sono stati oggetto di indagini molteplici e dense, negli ultimi mesi: me ne sono occupato io su questo blog, ma anche molti altri, ognuno con un taglio diverso. Qualcuno si è affidato a tool molto conosciuti in ambito social, altri hanno allestito dei veri e propri team multidisciplinari di sviluppatori e analisti. Altri ancora hanno invece approfittato delle elezioni politiche per costruire, silenziosamente, un proprio modello di monitoraggio e mettere in pratica quanto avevano appreso in aula qualche settimana prima: è il caso di Davide Aureli e Valerio Guarrasi, due studenti di 23 anni iscritti al corso di laurea in Data Science della facoltà di Scienze Statistiche dell’Università La Sapienza di Roma. Dopo la prima messa in onda de “Lo Stato Social”, mi hanno contattato per condividere i loro rilievi e farmi sapere come hanno lavorato: risultati e metodo che hanno messo a disposizione di tutti su Github, una piattaforma social per la programmazione condivisa.

Aureli e Guarrasi hanno analizzato i dati provenienti da Twitter negli ultimi otto giorni di campagna elettorale, prendendo in esame un bacino complessivo di 980 profili Twitter in tutto e 8375 tweet. “Siamo partiti selezionando alcuni profili di partito e avviando lo ‘streamer’, un programma che osserva questi profili” mi hanno spiegato. “Appena uno di questi profili pubblicava un tweet, questo veniva raccolto nei nostri database. Lo streamer poi ha continuato a girare per tutta la settimana”. La quantità dei profili monitorati e dei post ottenuti ha infatti richiesto che un computer restasse acceso per tutta la settimana soltanto per raccogliere i dati. “Non volevamo concentrarci solamente sui leader di ogni partito ma raccogliere i tweet di tutti i candidati delle elezioni del 4 marzo e anche delle pagine dei loro partiti: in un secondo momento, ci siamo concentrati su tutti i tweet che avessero ottenuto come minimo 5 favoriti e 5 RT”.

A tutti gli effetti, Aureli e Guarrasi hanno allestito in autonomia un tool in-house di social listening e monitoring, con un proprio metodo e funzionamento, in grado di analizzare metriche quantitative dei post come RT e favorites ma anche di dare indicazioni chiare sui temi chiave dell’ultima settimana di campagna elettorale. E nei loro rilievi finali ci sono molti elementi su cui convergono anche altre analisi.

Ad esempio, il fatto che la coalizione più attiva su Twitter sia stata quella di centrodestra (anche, aggiungono, a fronte di un numero complessivo di profili monitorati inferiore a quello di altri). Il partito più performante nelle loro analisi è risultato il Movimento 5 Stelle: i profili legati ai candidati e al movimento grillino sono stati infatti quelli che, mediamente, hanno ottenuto il maggior numero di RT e favorites.

Inoltre, osservano Aureli e Guarrasi, “abbiamo notato che i rappresentanti dei partiti hanno ricevuto su Twitter più attenzione ogni qual volta che hanno offeso o criticato i loro rivali, piuttosto che esposto idee e proposte”. “Gli utenti Twitter”, dicono nelle loro conclusioni, “sono altamente motivati, più giovani della media e più spesso uomini quando coinvolti in thread di dibattito politico: analizzare questa piattaforma può dunque aiutarci a comprendere dove si posizionano individualmente le persone altamente motivate in relazione al discorso pubblico”.

Marco Borraccino

Fico Santo Subito: divertimento e qualche dubbio

Più di 22 mila menzioni, trending topic da due giorni, quasi otto mila fonti diverse, rilanci sui principali quotidiani nazionali. La campagna virale di sfottò sul neopresidente della Camera e le sue foto mentre  va al lavoro in autobus, rappresentata negli hashtag #FicoSantoSubito e #RobertoFicoSantoSubito, è un successo. Ed è senz’altro molto divertente.

Secondo i dati di Talkwalker, il sito più influente sul topic è l’Huffington Post e il post a più alta performance è quello della pagina Facebook di Repubblica.it.

Numeri di engagement e reach importanti, che testimoniano ancora una volta le potenzialità dei social nel costruire dal basso flussi conversazionali potenti e performanti: succede in ogni occasione in cui un tema d’attualità possa essere ripreso con un tone of voice leggero e satirico.

Conversazioni che poi, come abbiamo visto sopra, vengono anche riprese dai media tradizionali e rilanciate a un pubblico molto più vasto.

Qui due post di due influencer di ambito satirico, Le frasi di Osho e Vujaboskov.

Qui, invece, la word cloud con le 50 parole più ricorrenti.

Il rovescio della medaglia di questa dinamica sta però in due aspetti, di visibilità e di valutazione complessiva, che andrebbero parimenti considerati.

Il primo: quanta visibilità aggiuntiva ha ottenuto il neo presidente della Camera, e specificamente il suo gesto, dalla campagna virale che gli è stata dedicata?

Secondo: quanto siamo sappiamo invece del pubblico social non organizzato in campagne, non colto e brillante come quello di #FicoSantoSubito? Poco. Sappiamo però che proprio sui social i Cinque Stelle sono spesso protagonisti di rovesciamenti di fronte repentini e imprevedibili: ricordate il caso rimborsopoli, esploso in piena campagna elettorale? Il post politico più virale su Facebook nei giorni topici di quella vicenda fu la foto postata sulla sua pagina da Luigi Di Maio, in cui è ritratto mentre spiega a Filippo Roma de Le Iene quanto e come i parlamentari pentastellati abbiano restituito in cinque anni nelle istituzioni. La vedete qui sopra.

In poche parole: divertente e performante la campagna su Fico, ma attenzione alle controindicazioni e occhio a tutto il contesto.

Marco Borraccino

#DeleteFacebook: ci credono i media, non gli italiani

Massimo Mantellini oggi scriveva via Twitter che probabilmente di casi Cambridge Analytica ve ne saranno altri, e a guardare la potenza di fuoco che alcuni giornali italiani hanno riservato al caso, c’è da pensare che parleremo a lungo di social media, di privacy e  governance dei big data. Certo è che molta attenzione è stata prestata anche alle campagne nate parallelamente a questa vicenda, su tutte #DeleteFacebook, nata su iniziativa di John Calacanis: l’imprenditore, scrive Repubblica, “propone un concorso per costruire un social che possa sostituire Facebook, un social globale concorrente che rispetta la privacy e non traffica dati”. Nonostante il clamore suscitato dalla decisione di Elon Musk di cancellare le proprie pagine Facebook aziendali, stando a metriche puramente quantitative ad ora non assistiamo a “movimenti di piazza”, naturalmente virtuali, che manifestino una volontà di cancellazione dal social di Menlo Park, né a livello internazionale né nel nostro Paese.

Come vediamo da queste infografiche realizzate grazie al tool Talkwalker, l’Italia non sembra certo in prima fila nelle menzioni del topic, superata anche da Paesi europei, come la Germania, dove il tasso di frequentazione dei social media è addirittura ben inferiore al nostro. Eppure ci sono redazioni giornalistiche che hanno scommesso su questo tema: giorni fa Repubblica ha pubblicato una guida per cancellarsi dai social, rilanciandola in homepage sotto gli aggiornamenti del caso Cambridge Analytica e incorrendo in un grossolano errore nel link di rilancio all’intervista di Mark Zuckerberg.

Addentrandoci meglio nei numeri della conversazione social italiana, definiamo ancor meglio il limitato rumore sollevato finore dal topic.


Stando ai dati di Talkwalker, parliamo in Italia di circa 5mila menzioni, 4 mila fonti diverse, molto concentrate su professioni intellettuali ed editoriali. Il sistema mediatico è insomma molto rappresentato nella conversazione e il tema non è affatto distribuito omogeneamente all’interno della popolazione, a riprova della sua sostanziale settorialità.

 

 

 

 

Secondo il tool, gli autori più influenti sul topic sono ad ora il sito dell’Agenzia Giornalistica Italia Agi e il giornalista che si è occupato del tema, Arcangelo Rociola.

Marco Borraccino

Cambridge Analytica: numeri e insights sulla web conversation italiana

Il caso è esploso da meno di una settimana, eppure tanto sui media tradizionali quanto on line sembra che non si parli d’altro. L’inchiesta sulla società di big data Cambridge Analytica e le implicazioni dell’uso dei dati social sono in primissimo piano, nei siti di news e nei flussi conversazionali sui social. Proviamo quindi a dare un’occhiata, grazie al tool Talkwalker, a numeri e insights della conversazione web e social in corso in Italia.

 

 

 

 

Le menzioni del topic sono, al momento, circa 21.100. Ne hanno parlato più di diecimila autori unici e 1.400 siti. I picchi di post sono regolari, a metà giornata, da domenica 18 marzo, e non sembrano diminuire. Pressoché inutile fare una stima della reach, tale è stata la pervasività dell’attenzione da parte di tutto il mondo dell’informazione.

 

 

 

Subito dopo Twitter, tra le fonti spiccano i siti e i blog di news on line. Non a caso, a presentarsi come la fonte di news-site più influente è il sito dell’agenzia di stampa Agi, che per prima domenica scorsa ha rilanciato in Italia le rivelazioni dei quotidiani Observer, Guardian e New York Times.

Il sentiment della conversazione è tendenzialmente neutrale, con tendenza al tone of voice negativo nel 20% circa dei casi. La word cloud è pienamente coerente con questo dato  e presenta la ricorrenza di una semantica legata ad aspetti scandalistici (bufera, responsabilità, domande, rischio, colpa, etc).

Interessante, infine, il dato sui post considerati dal tool Talkwalker più influenti su questo caso. Si tratterebbe infatti dei post pubblicati su Facebook da Ceres e da Enrico Mentana.

Tale è stato l’engagement ottenuto dal post di real-time marketing pubblicato dal noto brand danese, che ad oggi il tool considera la sua fan page come “l’autore più influente” del thread di conversazione.

Senz’altro interessante notare quindi come, nonostante al centro dello  “scandalo” vi sia proprio l’uso dei dati personali lasciati su Facebook, è soprattutto su questa piattaforma che le persone ne stanno discutendo.

Ciò non riguarda solo i brand e le persone ma anche i giornalisti tradizionali, come del resto ricorda anche il post di Mentana.

A riprova del fatto che in termini di piattaforma social di discussione pubblica, almeno in Italia non esiste al momento alternativa  alcuna  al media di Menlo Park.

Marco Borraccino

#LoStatoSocial: da instant doc a instant trend su Twitter

Solo pochi giorni di preavviso sulla programmazione, praticamente poche ore, eppure tanto è bastato all’instant docu “Lo Stato Social – le elezioni come non si sono mai viste” (di Giorgio J Squarcia con la collaborazione di Barbara Gasperini e Marco Borraccino, prodotto da Lady Bug Entertainment per Sky Atlantic) per imporsi la sera di domenica 18 marzo tra i trending topic italiani su Twitter.

Nonostante la concorrenza con due partite di Serie A (Lazio-Bologna e Napoli-Genoa) e due appuntamenti televisivi di primo piano (Non è l’arena e Storie Maledette), alle 21.31 l’hashtag #LoStatoSocial si è posizionato tra i Trending Topic italiani. Qui l’infografica redatta grazie ai dati del tool Talkwalker.

Stando ai dati del tool, le menzioni per l’hashtag #LoStatoSocial sono 827, pubblicate da 316 fonti diverse sui social e sul web, per una reach potenziale complessiva di 8,4 milioni di utenti. Picco di mention tra le 21 e le 22.00 (241), postate soprattutto su Twitter.

Non molte dunque le fonti social che partecipano al flusso, tuttavia influenti nelle loro nicchie e molto attive nell’interagire e nel rilanciare le conversazioni di altri. Condizioni che si rivelano fondamentali per scalare i Trending Topic nell’affollata domenica sera televisiva.

I top tweet del flusso sono quelli pubblicati da Andrea Scrosati, Francesco Nicodemo e Luca Morisi.


L’autore più influente, per reach complessiva e attività, è Barbara Gasperini. Ma molto intensa anche l’attività continuativa, in tutta la serata, anche di altri utenti.

Il sentiment complessivo del flusso è stato positivo e il target maggiormente attivo nella conversazione in rete è prevalentemente maschile, compreso tra i 25 e i 44 anni.

La word cloud della conversazione appare molto articolata: in primo piano l’autore del documentario e i collaboratori, i canali televisivi, gli esperti intervenuti, ma anche alcune keyword ricorrenti nella trasmissione come media, politica, campagna elettorale, elezioni.

 

Marco Borraccino

Elezioni 2018 e social media: Di Maio e Salvini i leader cresciuti di più su Facebook

Una crescita di 184 mila fan.

Più di due Stadi Olimpici di Roma pieni all’inverosimile, per capirci, o l’intera popolazione del centro storico della capitale: quindi in fondo nemmeno tanto, se pensiamo alle dimensioni nazionali del successo del Movimento 5 Stelle.

Eppure il dato salta agli occhi: la pagina Facebook di Luigi di Maio è quella che, tra i leader in campo, è cresciuta di più nel periodo di campagna elettorale, ovvero dal 28 dicembre 2017, giorno di scioglimento delle Camere, a venerdì 2 marzo 2018. La pagina del candidato premier dei 5 Stelle passa da 1.116.127 fan a 1.300.807. Segue, per numeri assoluti di crescita della fan base, Matteo Salvini, con 132.851 utenti in più sulla sua pagina, che gli consentono di sforare quota 2 milioni e di essere il politico italiano con la fan base più grande su Facebook. Viene poi Giorgia Meloni, con quasi 70mila fan in più, seguono Silvio Berlusconi e tutti gli altri. Solo 16.245 Facebook fan in più per Matteo Renzi: un decimo di quelli ottenuti da Di Maio.

Cosa significano questi numeri?

Premessa necessaria: non abbiamo conoscenza sui budget di sponsorizzazioni Facebook a disposizione dei singoli candidati nella campagna elettorale. E questo dato potrebbe certamente aggiungere elementi di valore a questa analisi.

Tuttavia, prima di arrivare a conclusioni facili, proviamo innanzitutto a dire cosa NON significa l’istogramma che vediamo qui sopra:

  • I Cinque Stelle e la Lega non hanno vinto grazie a Facebook: i 5 Stelle e la Lega hanno vinto per ragioni politiche, che esulano da questo articolo.
  • Facebook non è, banalmente, un indicatore di consenso nel Paese: la sua utenza media è di 25 milioni di utenti al giorno, ma un’alta percentuale di questi non interagisce con contenuti politici di nessun genere, ed anzi coloro che invece di politica si interessano possono talvolta contribuire a creare una percezione falsata, per dimensioni, delle proposte politiche o degli slogan dei partiti che sostengono.
  • Le fan base di Facebook non sono la cartina tornasole del differenziale di voti in più o in meno che un partito ha ottenuto: Giorgia Meloni, per esempio, ha visto crescere la sua fan base del 9,4% in più, quella di Salvini è cresciuta invece del 6,4%, ma questo non si riflette affatto, in termini numerici, nell’andamento dei loro partiti alle urne, ma ha invece a che fare con i concetti di saturazione e di potenziale complessivo di persone raggiungibili attraverso la propria proposta di contenuti.

Proviamo qui invece a dire cosa significa:

  • Di Maio e Salvini sono cresciuti su Facebook perché i loro staff hanno lavorato bene sulla piattaforma: hanno offerto ai loro fan contenuti esclusivi, Facebook live pressoché ogni giorno, opportunità di interazione non reperibili sugli altri media, e così hanno dato alle persone un motivo valido per diventare fan.
  • Di Maio e Salvini sono quelli che, più di tutti, hanno fatto ricorso alle dirette. Renzi e Berlusconi, per fare un esempio, vi hanno fatto ricorso molto meno, il secondo praticamente quasi mai. Un’ulteriore conferma del fatto che il formato audiovisivo è quello che garantisce la presenza più efficace, in assoluto, su Facebook.
  • È indubbio, infine, che numeri di crescita così efficaci su Facebook possano essere considerati un chiaro segnale di efficienza della propria strategia di comunicazione. Non a caso, sia Di Maio che Salvini registrano una crescita maggiore del proprio differenziale proprio nelle ultime tre settimane di campagna elettorale.

In conclusione, il numero in oggetto non è, in assoluto, esplicativo: tuttavia, in termini comparativi, può senza dubbio contribuire a indicare agli staff e agli osservatori l’andamento quotidiano di una strategia di comunicazione social in una campagna elettorale.

Marco Borraccino

Domani si vota, carte mischiate su Twitter

Ultimo giorno di campagna elettorale e, come tradizione vuole, è giornata che fa storia a sé, tanto sulle metriche dei tweet quanto su quelle dei canali. Ed ecco, accanto ai top tweet di Carlo Calenda e Luigi Di Maio, l’intensificazione delle attività e dei retweet anche per Matteo Renzi e più in generale una presenza molto più visibile degli elettori Pd su Twitter. L’hashtag #VotoPDperché si colloca a metà pomeriggio tra i trending toopic della piattaforma: è stata, evidentemente, organizzata una tweet-storm proprio per l’ultimo giorno di campagna elettorale e molto si potrebbe discutere di un’iniziativa di questo tipo proprio in corrispondenza con la fine di questo periodo, soprattutto dopo una sostanziale assenza del segretario del Pd dai flussi quotidiani della piattaforma.

Da evidenziare nella colonna di sinistra di Twitter a metà pomeriggio del 2 marzo  anche la presenza del topic “Elsa di Frozen”: è l’effetto delle dichiarazioni polemiche di Salvini verso l’eventualità che l’eroina Disney diventi lesbica in una delle future produzioni di animazione. Molti utenti su Twitter hanno tratto l’argomento, per lo più con toni ironici verso la presa di posizione del leader della Lega.

Per sapere cos’è #RecapElezioni18, leggi qui.

Marco Borraccino

Meno due alle elezioni: il governo di Di Maio è trending topic su Twitter

Abbiamo già rilevato alcuni giorni fa la capacità del Movimento 5 Stelle di utilizzare Twitter in una chiave di mobilitazione di network sui propri temi e la conseguente forza nell’imporre sui Trending Topic le proprie campagne. A pochi giorni da #Convergisulvincolo, ecco un’altra occasione in cui il Movimento 5 Stelle ha saputo collocarsi sulla agognata colonna di sinistra della piattaforma: #GovernoPatrimoniodelPaese. Ecco uno scatto dal pomeriggio di ieri.

La spiazzante iniziativa del Movimento 5 Stelle (l’annuncio della lista di ministri di un eventuale esecutivo 5 Stelle prima del responso delle urne) attira l’attenzione anche degli altri contendenti, da Matteo Renzi, che rilancia un vecchio video del candidato all’Istruzione, a Laura Boldrini, che sottolinea l’irritualità costituzionale dell’annuncio di Luigi Di Maio.

Interessante, a tal proposito, rilevare anche che a poco vale in termini di mobilitazione complessiva della piattaforma e di posizionamento nei trending topic un’attività ipertrofica come quella di Matteo Salvini.

Nei top tweet si impone nuovamente una replica di Laura Boldrini a Matteo Salvini: una rivalità politica e social da cui, molto probabilmente, entrambi stanno traendo grande giovamento presso il rispettivo target elettorale.

Per sapere cos’è #RecapElezioni18, leggi qui.

Marco Borraccino