La guerra giusta di Twitter ai profili fake

Alcune settimane fa, su Twitter, ho avuto una conversazione con un giornalista riguardante lo stato di salute della piattaforma di San Francisco. In un suo tweet aveva osservato la comparsa di una serie di account e di commenti ai suoi tweet ogniqualvolta nominasse un determinato personaggio politico.

Nel thread generato da questo tweet, interessante e partecipato, sono seguite da parte mia alcune domande, per capire meglio si trattasse di automazione o di profili rispondenti a persone vere. In un tweet sostenevo: “il fatto che siano network di persone reali è in sé un punto positivo per la piattaforma”. E dunque ora non posso che applaudire alla notizia diramata alcuni giorni fa dal Washington Post: negli ultimi due mesi, Twitter ha sospeso più di 70 milioni di account.

La piattaforma guidata da Jack Dorsey aveva già annunciato con un post sul blog della piattaforma di aver intensificato i propri sforzi per combattere abusi e troll, per contrastare la disinformazione e le manipolazioni e per tutelare le conversazioni che si tengono sulla piattaforma. Il Washington Post ha chiarito meglio i contorni dell’offensiva messa in atto da San Francisco: da maggio, ogni giorno i software messi a punto dallo staff di Twitter hanno sospeso più di un milione di profili sospetti o falsi.

Nel mese di maggio, tredici milioni di sospensioni in una sola settimana.

È la coda lunga della reazione alla campagna di disinformazione social organizzata nel 2016 da una factory di troll di base a San Pietroburgo che, attraverso piattaforme tecnologiche, in occasione delle presidenziali statunitensi fu in grado di ingannare gli elettori esacerbando le tensioni politiche e sociali, con una rete di più di 3mila profili. Secondo la tech company, sarebbero stati individuati anche altri 50258 account automatizzati collegati al governo russo. E il sito della National Public Radio proprio ieri sottolineava in un articolo quanto la strategia dei troll russi del 2016 fosse raffinata, avvalendosi anche di fake account che apparivano in tutto come normali fonti di informazione locale statunitense.

A rendere ora tecnicamente possibile l’escalation nella lotta ai profili fake sono stati i software di machine-learning di Magic Pony, start up acquisita da Twitter due anni fa. Per chi, come il sottoscritto, ritiene che i social media siano prima di tutto una formidabile opportunità di relazione con le persone e di fruizione di servizi, è un’ottima notizia.

È un bene che di fronte all’intensificarsi di fenomeni di inquinamento delle conversazioni Twitter scelga di puntare sulla qualità dell’ambiente della piattaforma, anche a costo di mettere fortemente a rischio la propria crescita di utenti attivi, ovvero il primo parametro di valutazione per gli inserzionisti pubblicitari.

Ci sono casi in cui l’individuazione di profili falsi e manipolatori è relativamente semplice: è il caso, ad esempio, di account “dormienti” per lunghi periodi e improvvisamente attivi su certe conversazioni; profili che pubblicano tweet di replica a numeri ampi di account che non seguono; profili che ricevono spesso il blocco da parte di altri utenti; profili che fanno capo a un solo indirizzo IP; profili che seguono altri account individuati come spam o bot. A volte Twitter sospende l’account, in altre situazioni provvede con uno “shadow-ban”, sostanzialmente bloccando la capacità di reach di certi tweet.

Poi naturalmente ci sono i bot: account che, sulla base di software, pubblicano anche più di un migliaio di tweet al giorno. Molti di questi sono profili legittimi: ad esempio quelli che pubblicano previsioni meteo, rilievi di attività sismica o, per fare un esempio interno al mondo social, la comparsa di trending topic e il loro andamento nella piattaforma Twitter. Di fatto, forniscono un servizio in tempo reale. Molti altri bot sono invece connessi a strategie di traffico a siti di news. Secondo una ricerca del Pew Reasearch Center, i due terzi circa dei tweet contenenti link a siti popolari vengono pubblicati da profili automatizzati, non rispondenti a persone fisiche.

I 500 account bot più attivi sarebbero la fonte del 22% dei tweet contenenti questo genere di link; in comparazione, i 500 profili umani più attivi sarebbero responsabili soltanto del 6% di questo genere di tweet.

A un’analisi più approfondita sull’orientamento ideologico dei link pubblicati, nei link dei tweet pubblicati da account automatizzati il Pew Reasearch Center non ha tuttavia rilevato una preminenza significativa di contenuti connotati in un senso o nell’altro: stando ai dati dell’indagine, i bot condividerebbero circa 41% di link di taglio liberal e il 44% di taglio conservatore.

Il prossimo step di una possibile politica di bonifica della piattaforma potrebbe probabilmente essere finalizzato a stabilire una policy di presenza dei bot su Twitter: quali finalità sono ammissibili? Quali criteri di trasparenza nella gestione dell’account vanno garantiti? Quale equilibrio deve essere trovato con la libertà di fare di un proprio account Twitter l’uso che si ritiene più opportuno? Le regole già esistono, osserva qualcuno, forse si tratterebbe solo di applicarle.

Nel frattempo, bravo Twitter.

Marco Borraccino

Denigrare i Social via Social: il nuovo vezzo dei benpensanti. Ma c’è un altro modo

“La nuova folla si chiama sciame digitale e ha caratteristiche che la differenziano radicalmente dal classico schieramento dei molti, vale a dire dalla folla. L’anima raduna e unisce: lo sciame digitale è composto da individui isolati. Gli abitanti digitali della rete non si riuniscono: manca loro la spiritualità del riunirsi, che produrrebbe un Noi. I loro modelli collettivi di movimento sono, in analogia con gli sciami costituiti da animali, assai fugaci, instabili e contraddistinti dalla volatilità”.

Sono ormai cinque gli anni trascorsi dalla sua pubblicazione, ma “Nello sciame”, saggio del filosofo sudcoreano Byung Chul Han, mostra intatto il suo fascino e la sua attualità. Le sue tesi sulla barbarie della vita in rete, provocatorie ed elegantemente formulate, trovano di continuo nuovi epigoni: alcuni (pochi) brillanti come il maestro, altri (molti di più) semplici ultras dei media tradizionali. Quelli degli ultimi mesi si contraddistinguono però per un passaggio ulteriore: diffondono sui social media il loro allarme sui rischi dei social media.

Qui c’è un esempio dal mio feed di LinkedIn. L’Huffington Post Italia riporta l’intervento del neuroscienziato Lamberto Maffei all’adunanza solenne dell’Accademia dei Lincei, a Roma, giorni fa. Come sempre accade, l’intervento in oggetto è articolato, suscettibile di considerazioni e sfumature, ma il titolo scelto è netto. Un primo utente, un Web content manager, dunque un professionista che con i media digitali e social ha evidentemente a che fare ogni giorno, rilancia su Linkedin (un social media, il contenuto) con un testo caratterizzato da un tone of voice negativo: i social non fanno bene al cervello, dice via social. Un altro utente, il cui titolo professionale richiama il campo dell’innovazione, condivide il post dando ancora più forza all’affondo: “se mai ci fosse bisogno di conferme”, dice lanciando via social l’allarme sui social.

Solo un caso isolato, si dirà. Eppure è per me innegabile, lo riscontro sempre più spesso: in alcuni ambienti professionali, spesso legati in vario modo ai media tradizionali, serpeggia una ostilità crescente verso le piattaforme social media. Probabilmente non sorta in modo improvviso negli ultimi tempi ma figlia di una scia molto più lunga, rinfocolata e resa più spessa dalla recente vittoria elettorale di forze che si proclamano “anti-establishment”, dal caso Cambridge Analytica e soprattutto da una chiara evidenza: con le loro novità, come ad esempio il Facebook Live, i media digitali continuano a mettere in discussione moltissime rendite di posizione del sistema mediatico e istituzionale.

Le accuse mosse sono principalmente tre: i social media sono il terreno di una comunicazione effimera e futile; i social media sono le autostrade dell’odio in rete; i social media sono gli ambienti digitali perfetti per costruire operazione di manipolazione e disinformazione.

Ogni riflessione è legittima ma il tono è spesso quello di un vezzo da benpensanti: “signora mia, dov’è che andremo a finire con questi social?”.

Come ripartire? Da un’esigenza condivisibile da tutti: ricostruire l’igiene della conversazione pubblica sui social. Per fare questo occorre agire sulla coscienza collettiva delle persone in rete. Come? Ad esempio rendendole consapevoli di alcune nozioni della propria vita digitale.

  1. I nostri profili social ci rappresentano. Ogni nostra azione è un dato per le piattaforme: ogni nostra parola, ogni commento, persino ogni like viene tracciato. Ma c’è molto di più: questi atti ci descrivono all’esterno. Sono la nostra reputazione. Siamo soddisfatti della nostra rappresentazione digitale? Proviamo a chiedercelo spesso e invitiamo gli altri a farlo.
  2. Diversi livelli di privacy per diversi livelli di contenuto. Esistono diversi livelli di privacy nella condivisione dei contenuti: sappiamo distinguere un nostro post pubblico, e in quanto tale reperibile in rete in tante modalità, da un altro condiviso invece soltanto con la nostra cerchia di amici? Posso assicurarvi che questa distinzione non è affatto banale neppure tra i professionisti dell’informazione.
  3. Saper influire sull’algoritmo. Le piattaforme raccolgono i nostri dati e ci incasellano, è vero. Ma possiamo modificare molte cose in ogni momento. Su Facebook esiste un link da cui possiamo editare le nostre preferenze sulle inserzioni pubblicitarie: quanti lo sanno? Quanti vi hanno mai fatto accesso? Pochissimi probabilmente.

E potrei proseguire. Le cose da sapere sarebbero tante, il lavoro da fare è lungo ma parte da una realtà ineludibile: ognuno di noi, oggi, è un media. E le potenzialità che risiedono nel proprio smartphone e nell’amplificazione dei messaggi e delle immagini via social media richiedono senza dubbio un approccio consapevole e responsabile. È in tal senso meritoria, ad esempio, l’iniziativa della ex presidente della Camera Laura Boldrini che ha deciso di denunciare gli haters e devolvere l’eventuale risarcimento in progetti di educazione civica digitale da tenere nelle scuole.

C’è poi un progetto che nel nostro Paese si sta radicando e che affronta il tema della conversazione social su un piano costruttivo e libero da precondizioni: quello di #ParoleOstili. Rilanciato a giugno con un evento tenuto a Trieste, Parole Ostili ha cercato nei social stessi un veicolo di promozione e diffusione delle proprie tesi: secondo la piattaforma di listening Talkwalker, l’hashtag ha totalizzato nel mese 8400 menzioni, coinvolgendo più di 4 mila fonti.

Tra gli account Twitter più influenti nel flusso, vi sono ad esempio Gianluigi Tiddia (alias @insopportabile), l’imprenditore digitale Jacopo Paoletti, il sociologo Giovanni Boccia Artieri, l’avvocato Ernesto Bellisario. Loro, come molti altri, si sono attivati per rendere l’iniziativa visibile attraverso strategie di hashtag activism.

Dall’iniziativa è nato un manifesto che, alla seconda edizione dell’evento, tenuta quest’anno, ha trovato una sua declinazione anche per le aziende.

Il picco conversazionale ottenuto il 7 giugno, giornata in cui l’hashtag #PaoleOstili è stato naturalmente trending topic nazionale, mostra del resto quanto la conversazione social sia scalabile, come può esserlo ogni strumento di ascolto della società. Laddove c’è una mobilitazione, complessità, ragionamento e significazione sono in grado di imporsi, sui social come altrove.

Ogni considerazione sull’“ecologia” delle piattaforme social dovrebbe pertanto partire non da contrapposizione artificiose tra media “buoni” e “cattivi”, ma dalla centralità delle persone: dalla certezza che contenuti e tono di voce nascono dal loro vissuto e dalla loro consapevolezza sull’utilizzo dei media digitali.

Marco Borraccino

Real-time, contaminazione, engagement: Paul Rogers racconta i social della Roma

Italia, Roma, Stadio Olimpico, ore 22.34 del 10 aprile 2018. Sul campo di gioco è appena terminato il quarto di finale di ritorno di Champions League e si è materializzato ciò che a livello sportivo era dato per impossibile: reduce da una sconfitta per 4 a 1 a casa degli avversari otto giorni prima, la Roma ha appena battuto 3 a 0 il Barcellona ed è ufficialmente tra le prime quattro squadre d’Europa della stagione. Ha sconfitto una delle grandi favorite a vincere la Champions League 2018 ed è ufficialmente in semifinale.

Parte da lì, da quei momenti la nostra chiacchierata con Paul Rogers, Head of Digital & Social Media dell’AS Roma.

“Il mio braccio destro a Roma, Emanuele, si stava occupando dell’account Twitter in italiano e stava pensando ‘adesso cosa posso twittare qui? Quale frase trasmetterà ciò che significa per noi tifosi della Roma? Allora si è voltato verso il suo collega Francesco che era vicino a lui e ha urlato ‘che dico, che posto?’ Ma intorno c’era troppo caos, Francesco ha pensato che gli stesse dicendo di scendere in campo per fotografare i festeggiamenti, quindi è andato via e Emanuele ha semplicemente iniziato a scrivere ‘DAJE…’ e poi ha pensato, ‘me ne fotto’ e ha iniziato a sparare sui tasti del suo laptop come in quella gif di kermit. Ha premuto tweet e, come dicono su Twitter, ha fatto i numeri”.

Un colpo di fortuna? Certo, il risultato sportivo straordinario è stato fondamentale. Però è anche vero che le occasioni sono tali solo per chi è realmente in grado di coglierle. Un tweet del genere prevede attitudine a postare in real time contenuti pensati sul momento. Prevede una cultura aziendale che ti metta in condizioni di farlo. In un contesto digitale in cui i brand sempre più spesso curano maniacalmente ogni dettaglio di ciò che finisce sui loro canali, la Roma ha scommesso sull’autenticità dei propri contenuti. Nasce così il tweet dei record: il tweet più performante del mese di aprile 2018 in tutto il settore calcistico a livello mondiale; il tweet a più alto engagement nella storia della Roma.

Il viatico a quello che Shareablee, una delle più importanti aziende mondiali di social monitoring, ha certificato come il miglior mese di sempre nella storia social della società giallorossa: nell’aprile 2018, dicono i loro dati, il club calcistico più performante al mondo è stato l’AS Roma.

“Aprile 2018 è stato il miglior mese nella storia digitale del club”, conferma Rogers.

In questa fase, gli chiedo, quali sono le metriche social che guardate con più attenzione nel team? C’è un dato che ad oggi vi sta maggiormente a cuore?

“All’inizio dei social media, l’attenzione era tutta incentrata sull’acquisire il più alto numero di follower sulle piattaforme social. Ma dato il modo in cui gli algoritmi hanno trasformato la fruizione dei post da parte degli utenti è diventato molto chiaro che i follower senza l’engagement siano soltanto una vanity metric. La Roma in questa stagione ha dimostrato che non importa quanti follower sui social media tu abbia se poi non hai un engagement alto. Dei quattro club qualificati per la semifinale di Champions League, la Roma è quella che ha raggiunto l’engagement più alto sui social, nonostante avesse meno follower di tutti gli altri”.

Se vedo crescite di follower senza engagement penso: hanno speso un sacco

“Quindi, per rispondere alla tua domanda la metrica a cui guardiamo di più in questo momento è l’engagement: che può significare retweet, condivisioni sulle altre piattaforme e anche commenti. I like e i follower per noi sono secondari ora: perché vogliamo che più persone supportino il nostro contenuto, che lo condividano con i loro follower e i loro amici e che siano in grado anche di coinvolgerli. Quando tu oggi vedi una crescita massiccia su Facebook, è chiaro che i club stanno pagando un sacco di soldi in adv per acquisire nuovi fan, perché la crescita organica è quasi inesistente in questi giorni a meno che tu non abbia una incredibile vittoria, ingaggi un fuoriclasse o vinca un trofeo. Oggi quando vedo aumenti improvvisi in nuovi follower senza un engagement più alto penso automaticamente: hanno speso un sacco di soldi su Facebook o altrove. Non ho problemi con quella strategia ma è un percorso molto costoso da intraprendere, specie se stai solo aggiungendo nuovi follower senza coinvolgerli”.

Parliamo di contenuti: tempo reale e già pianificati da tempo, quali sono le percentuali di ciascuno nel vostro piano editoriale? Voi lavorate molto con eventi live come le partite.

“Noi pianifichiamo sempre in anticipo in modo da avere grafiche per i gol e gif più tradizionali pronte per tutti nostri account social e forse prepariamo anche qualcosa in più dell’ordinario ma io non sono un grande fan del tentativo di pianificare ogni dettaglio di ciò che intendi postare. Quando lo fai, penso che ti imbatti in una tattica un po’ sterile e che questa, peraltro, non sia ciò per cui esiste Twitter. Hai a che fare con eventi sportivi dal vivo e questi a volte possono generare storie fantastiche. L’ho toccato con mano con il Liverpool a Instanbul. Hai bisogno di poter reagire in tempo reale ed esprimere le emozioni del momento”.

Se posti solo ciò che è prodotto quando sei seduto al desk il giovedì pomeriggio, i fan lo sanno

“Se tutto ciò che posterai è stato prodotto quando eri seduto a un desk pulito e ordinato di giovedì pomeriggio, penso che i fan se ne accorgeranno. Chiunque può twittare un aggiornamento di un gol o una grafica con un risultato finale ma ciò che dici o fai sul momento è ciò che conta e ciò che ti aiuta ad emergere nel rumore. Potrebbero anche non essere parole ma un emoji”.

“Posso darti due esempi perfetti di contenuto speciale che abbiamo preparato in anticipo ma che poi non sono stati mai usati. Per il pesce d’aprile avevamo preparato il video di un annuncio con una pecora: una cosa che era venuta fuori in alcuni dei nostri video sui nuovi arrivi l’estate scorsa”.

“Era una cosa divertente da usare il primo aprile. Poi abbiamo pareggiato a Bologna e abbiamo deciso di cestinarlo, perché non era un momento adatto per scherzare proprio dopo aver perso due punti in campionato. Poi il giorno dopo la prima partita col Barcellona, avevamo visto la viralità di un video di un bambino che canticchiava in falsetto in un magazzino Walmart in America – così abbiamo deciso di trovare un terribile remix della sua canzone e di usarla come colonna sonora per il montaggio del gol di Edin Dzeko. Poi, per renderlo ancora più bizzarro, il nostro editor a Boston, GianMarco, ha inserito il ragazzino nel video”.

“Dzeko era in buona vena, segnava in ogni partita, così era pronto ad essere usato in anticipo se avesse segnato nel match con la Fiorentina. Se avesse segnato, e noi speravamo che accadesse, lo avremmo postato immediatamente su Twitter.

Poi abbiamo perso 2 a 0 e questo ha ammazzato l’idea.

Quando però poi abbiamo battuto il Barcellona, dopo il fischio finale, è stato tutto un impazzimento su Twitter. Tira fuori la pecora. Tira fuori il ragazzino di Walmart. Abbiamo postato quei due video nella follia di ciò che stava accadendo e si sono dimostrati di grande impatto, ma non era certo pianificato di postarli quella notte”.

Dagli esempi che ci descrivi, potremmo parlare di vera e propria “contaminazione” del contenuto social di brand. Un atteggiamento piuttosto insolito, perché non sempre le aziende importanti sono disponibili a pubblicare contenuto che vada oltre determinate guidelines, visive e di testo. Voi invece lo fate. Ma a proposito di contenuto in tempo reale, parliamo di Facebook. Con il Facebook live dell’addio al calcio di Totti avete fatti numeri di visualizzazioni pazzeschi, io stesso ho potuto fruire parte di quell’evento proprio grazie alla vostra pagina Facebook. Ormai è tecnicamente possibile utilizzare la propria pagina come un canale televisivo. Secondo te siamo vicini al giorno in cui la fruizione delle partite avverrà tramite canale social? E se questo dovesse avvenire, vi sentite pronti?

“Noi abbiamo infatti mostrato un match live su Facebook: di fatto penso che la Roma sia stato il primo club europeo di primo piano a trasmettere un intero club sulla piattaforma, quando facemmo il live del match di prestagione dal ritiro di Pinzolo nel 2016. Se in futuro succederà siamo pronti ma non credo che saranno i club a trasmettere partite di serie A o Champions League su Facebook. Penso che sarà più probabile che saranno i broadcaster televisivi a fare partnership con Facebook o a con un’altra piattaforma per integrare il live stream sulla tv. Abbiamo visto che BT usare Youtube e Facebook per la Champions League in Regno Unito e anche Fox usa Facebook per mostrare partite negli Stati Uniti”.

Nessuno ha dominato Facebook: appena ci sei vicino, come noi con l’addio di Totti, cambia tutto. Per le persone la squadra del cuore sui social è in una posizione molto diversa rispetto al brand da cui comprano qualcosa. Ma non lo nego: il nuovo algoritmo ci ha posto domande su tutto ciò che facevamo

Il famigerato cambio di algoritmo di Facebook ha avuto un impatto sulla vostra pagina?

“Sì, ha avuto un impatto su ogni pagina brand e su ciò che postano. Come squadra di calcio, noi siamo in una posizione leggermente migliore rispetto a quella di molti brand perché abbiamo una audience coinvolta che di fatto vuole sentire e vedere nuovo contenuto del club. E’ molto diverso seguire sui social la squadra di calcio di cui sei tifoso rispetto a un brand da cui tu compri qualcosa. Tuttavia, non posso negarlo: il cambio di algoritmo ha fatto una grande differenza nel modo in cui operiamo su Facebook. Ad essere onesto, ci ha fatto fare domande su tutto ciò che stavamo facendo sulla piattaforma e ci ha sfidato a pensare di più riguardo al contenuto che stavamo producendo e poi a come lo stavamo distribuendo. Avevamo bisogno di scuoterci un po’ e questo cambiamento ci ha obbligato a farlo. Da allora, abbiamo visto risultati molto più positivi ma stiamo costantemente ottimizzando ciò che facciamo. Sicuramente non abbiamo dominato Facebook: non sono sicuro che qualcuno lo abbia mai fatto perché appena cominci ad esserci vicino, come abbiamo fatto con l’addio di Totti l’anno scorso, Facebook cambia tutto”.

Ad esempio, avete mai pensato ad appuntamenti speciali con i fan attraverso il Facebook live, come allenamenti in diretta o interviste?

“Facciamo regolarmente Facebook live con i nostri giocatori a Trigoria e questi mostrano di essere molto popolari perché c’è qualcosa di più eccitante nel contenuto live – perfino se è solo un’intervista. I fan vogliono realismo e con il live content sanno che non è stato editato o ripulito. Di tanto in tanto, andremo live con gli allenamenti su Facebook e Twitter: l’abbiamo fatto prima dei match con il Liverpool nella scorsa stagione”.

#Coloriamolacittà è stato un mix perfetto fra digitale e reale

Per il ritorno della semifinale di Champions avete lanciato l’hashtag #coloriamolacittà, per invitare i romani a mettere un segno visibile di sostegno al team nelle loro case. Un bell’esempio di marketing virale che parte dal social per arrivare al luogo fisico.

“Quell’idea di fatto è arrivata dal nostro direttore sportivo Monchi. Gli è venuta l’idea perché voleva che tutti a Roma supportassero i giocatori e che rendessero visibile il loro supporto. E’ stata una grande iniziativa e davvero ha messo tutti dietro alla squadra. La città e la squadra erano gialli e rossi e come sembrava grandioso sui social media, altrettanto lo era quando viaggiavi per Roma. Un esempio perfetto di mix fra mondo digitale e mondo reale in un modo positivo”.

State pensando a iniziative di user generated content? O a forme di “take over” dei canali della società, naturalmente occasionali e sotto il controllo del social media manager della società?

“Penso che probabilmente usiamo più user generated content della gran parte dei club – che può essere design grafico, articoli scritti, fotografie o perfino video produzioni. In tutto ciò che facciamo cerchiamo e troviamo modi di dare potere ai nostri fan e creatori di contenuti e diamo loro una piattaforma affinché più persone possano vedere il loro lavoro”.

“Un take over di uno dei nostri canali? Si, perché no: potremmo farlo nella tournée estiva con il nostro account Instagram”.

Quindi possiamo parlare di engagement, coinvolgimento degli utenti, in senso molto ampio: non solo interazione con i social della società, ma anche produzione dei contenuti da parte dei follower ed eventuale rilancio degli stessi dai canali ufficiali. 

Alcuni calciatori hanno dei canali social spesso molto performanti. C’è una strategia social integrata tra società e calciatori? Vi capita di chiedere loro “questa cosa falla tu”?

“Noi vediamo separatamente gli account dei club e quelli dei nostri calciatori, perché sono tutti individui con la loro personalità e sono brand personali. I fan sui social media sono molto esperti, sanno quando qualcosa non è autentico o reale e per questa ragione noi non cerchiamo di controllare cosa i giocatori postino sui loro propri canali.

I fan sanno quando qualcosa è falso: ecco perché non controlliamo cosa postano i giocatori

Noi assolutamente usiamo i nostri giocatori sui nostri social media e gli facciamo fare il take over del nostro canale Instagram, per esempio, o il live chat su Facebook e Twitter con i nostri fan ma preferiamo molto quando i nostri giocatori di fatto scelgono di impegnarsi sui social attraverso dei loro post e che poi noi condividiamo, piuttosto che siano istruiti a farlo. Io penso che col tempo, nel modo giusto, magari proveremo ad aiutare di più i nostri giocatori, anche a creare contenuti che loro poi vogliano postare ai loro follower”.

Facebook, Twitter in più lingue, Instagram, Snapchat, Youtube: gestite una macchina social molto articolata. Da quante persone è composto il vostro team?

“Tra sito ufficiale e app, service sui sito e i vari account social in italiano e in inglese, abbiamo 4 giornalisti multimediali a Roma affiancati da un video editor e da ulteriori due persone stanziate a Boston. Per i servizi nelle altre lingue in cui operiamo, come ad esempio i nostri siti arabo e indonesiano, abbiamo dei micro-team a Il Cairo e A Giakarta. Poi abbiamo una serie di singoli operatori in varie parti del mondo, che ci aiutano con tutti i vari account Twitter locali e poi alcune persone a Shangai che gestiscono le nostre piattaforme in cinese”.

Nella tua storia professionale hai lavorato anche a Liverpool, squadra gloriosa con cui l’As Roma ha corsi e ricorsi storici e che attira nella propria città un calore paragonabile a quello che stai riscontrando qui. C’è un elemento caratterizzante nella tifoseria romanista che non hai trovato altrove? Se sì, in che modo lo stai integrando nella strategia social della Roma?

“Ogni squadra è diversa, quindi è molto difficile paragonare due club ma ciò che posso dire è che sia Roma che Liverpool hanno tifosi incredibilmente passionali. Sia Roma che Liverpool sono due città di calcio. Il calcio domina tutto, è il primo argomento di conversazione ogni giorno. A Roma si tratta di Roma e Lazio, a Liverpool ovviamente Liverpool ed Everton. La somiglianza più importante la vedo tra Curva Sud e The Kop, fatte entrambe da famiglie che hanno sempre tifato la squadra della loro città. Mi piace questo. E’ evidente che c’è un’enorme rivalità tra Roma e Liverpool, ma io penso che entrambi i club siano conosciuti in tutto il mondo per i loro tifosi, per il modo in cui i tifosi mostrano di supportare la proprio squadra, con canzoni e striscioni e un amore indistruttibile. Quando i due club si sono incontrati all’Olimpico lo scorso maggio, penso che quell’atmosfera, generata dai propri reciproci tifosi, sia stata la più bella di tutti i match di Champions League in questa stagione”.

Marco Borraccino

M5S-Lega, il governo dei “barbari”: verso una nuova mappa di comunicazione

“E intanto i barbari arrivano i barbari /

Ma chi sono i barbari /

dopo ve lo dico i barbari”.

Così cantava Giorgio Gaber alla fine degli anni novanta. L’artista avvertiva la vera e propria mutazione di tante categorie, della società e della politica, italiana e non solo. E preconizzava un’era in cui si sarebbe fatto ricorso costante alle “invasioni barbariche” come metafora della sovversione delle cose. Ed è un termine che in effetti in queste settimane è tornato prepotentemente di moda: “Rome opens its gates to the modern barbarians, ha scritto sin dall’avvio dell’ipotesi di governo Lega – M5S il Financial Times, riferendosi soprattutto all’atteggiamento di rottura verso l’Unione Europea. Ma tanti diversi elementi ci dicono in realtà che siamo davanti a una trasformazione radicale, che ancor prima delle proposte politiche investe le modalità di relazione tra politico e cittadino.

La pagina di Rattazzi e i nuovi luoghi del pubblico

Ieri l’imprenditore Lupo Rattazzi ha acquistato una pagina nazionale del quotidiano Repubblica per rivolgere a Matteo Salvini e Luigi Di Maio una domanda retorica.

Interessante e intelligente provocazione, ma vedendola circolare mi sono chiesto: a chi è rivolta? I lettori del cartaceo di Repubblica non votano né Lega né M5S. Chi avrà discusso della domanda di Rattazzi? Molto probabilmente solo i giornalisti e (forse) i politici. Le menzioni che Talkwalker rileva on line nella giornata di ieri su “Lupo Rattazzi OR #LupoRattazzi” sono appena qualche centinaio. Pochissime sui social.

(Menzioni complessive)

(Menzioni social)

Le ricerche di ieri su Google Trends su chi sia l’imprenditore sono prevalenti nelle regioni del centro nord. E non certo perché al sud sanno già chi sia Rattazzi.

Ho chiesto in giro quanto possa costare l’acquisto di una pagina di Repubblica: mi dicono che la tariffa possa aggirarsi attorno ai 15mila euro.

La stessa cifra, investita su Facebook ads, avrebbe generato tra i sei e i diciannove milioni di contatti. E l’annuncio avrebbe parlato al pubblico, tutto il pubblico. Non solo ai giornalisti e ai politici.

Una nuova mappa

Questo non significa che la carta stampata sia ormai inutile e superata, quanto che certe operazioni debbano essere interpretate esclusivamente per ciò che sono, anche quando prevedono un investimento pubblicitario di quel tipo: dialoghi interni all’establishment. Chi oggi sta per giurare da ministro della Repubblica sembra essere uscito da tempo da questo recinto e si rivolge alle persone secondo una nuova mappa di comunicazione. Proviamo a isolare qui alcuni punti chiave emersi negli ultimi mesi.

  • Il Chi conta molto di più del Cosa

Nonostante molti suoi contenuti fossero in buona parte assenti nel programma elettorale, il contratto di governo è stato approvato da Lega e M5S con percentuali plebiscitarie: 91% di sì ai gazebo, 94% sulla piattaforma Rousseau. Gli elettori sono disposti a passare sopra alla pertinenza del contenuto, non alla credibilità di chi lo propone. La Flat Tax non era nel programma del M5S. Il reddito di cittadinanza non era nel programma della Lega. Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono, per i loro sostenitori, i garanti della validità della proposta. Vale per la politica ma vale forse molto di più anche per il resto: viviamo tempi in cui la credibilità di chi parla è il perno della riuscita di una strategia di comunicazione. La persona è il messaggio, il leader è il messaggio. “Il primo vero leader è il programma” ha detto Salvini in un FB Live durante le trattative per il contratto di governo. Tutt’altro: la persona è il programma. Il che, come rilevato dalla giornalista Claudia Fusani giorni fa, conferisce ampi margini di ripensamento delle proprie posizioni. Le parole non contano, fa fede il mittente.

In questo momento, i nuovi leader possono dire tutto e il suo contrario, come testimoniato anche dal rapido passaggio di Luigi Di Maio dalla minaccia di impeachment per il presidente Sergio Mattarella all’offerta di collaborare con il Quirinale per una via d’uscita all’empasse istituzionale.

  • Il cittadino vuole sentire, non leggere

La modalità comunicativa del tempo nuovo è, lo abbiamo visto, il Facebook Live. Per gli elettori di M5S e Lega, la voce del leader conta molto di più della parola scritta: perché è autentica e, ai loro occhi, credibile.

  • Rivalità sempre più accesa tra media tradizionali e new media

Diminuisce l’interesse verso la mediazione giornalistica o informativa. La campagna elettorale permanente, effetto del susseguirsi di referendum costituzionale, voto nazionale, voto locale, ha del resto garantito ai leader la possibilità di creare un mix efficace tra luogo fisico e luogo digitale, possibilità della stretta di mano e sua amplificazione immediata attraverso Facebook live. In questo nuovo modello comunicativo a soffrire sono alcuni media tradizionali la cui fruizione, come sottolineato da Prima Comunicazione, cala costantemente, persino in un periodo come quello elettorale che invece in passato avrebbe potuto generare maggiore attenzione pubblica verso l’approfondimento informativo.

Nel suo “I barbari. Saggio sulla mutazione”, edito nel 2006, Alessandro Baricco scriveva: “ogni volta che qualcuno si erge a denunciare la miseria di ogni singola trasformazione, esentandosi dal dovere di comprenderla, la muraglia si alza, e la nostra cecità si moltiplica nell’idolatria di un confine che non esiste, ma che noi ci vantiamo di difendere. Non c’è confine, credetemi, non c’è civiltà da una parte e barbari dall’altra: c’è solo l’orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi. Siamo mutanti, tutti, alcuni più evoluti, altri meno, c’è chi è un po’ in ritardo, c’è chi non si è accorto di niente, chi fa tutto per istinto e chi è consapevole, chi fa finta di non capire e che non capirà mai, chi punta i piedi e chi corre all’impazzata in avanti. Ma eccoci lì, tutti quanti a migrare verso l’acqua”. Baricco guardava al cambiamento come a una mutazione non reversibile. Non so siamo di fronte a questo. Non so se un governo in carica possa utilizzare il Facebook Live come modalità quotidiana e costante di relazione con i cittadini. Certo su un passaggio non si può che concordare con lui: nessuno può esentarsi dal dovere di comprendere la trasformazione in atto.

Marco Borraccino

Da #VogliamoSavona a #Oettinger: la crisi istituzionale sui social

I like di Di Maio in homepage sui siti dei giornali. Hacker russi che condizionerebbero i trending topic italiani. Foto di stralci di manuali di diritto postate su Twitter e poi “rubacchiate” dai parlamentari: sempre, comunque, senza alcun approfondimento. Leader politici che dileggiano gli avversari rei di ricorrere troppo spesso alla diretta Facebook: dileggio che naturalmente avviene attraverso diretta Facebook .

Il nostro Paese sta vivendo una delle più gravi crisi istituzionali di sempre e le conversazioni che a tal proposito si sviluppano sui social possono tracciare alcune mappe interessanti: sia dei flussi seguiti dalle opinioni che dei nuovi rapporti di dipendenza che si sviluppano tra old media e new media.

Proviamo qui, con il supporto dei dati Talkwalker, a identificare e analizzare i punti di svolta principali delle ultime giornate.

Dove eravamo rimasti

Un Presidente del Consiglio incaricato, uno staff esperto che in modo solerte lo aveva dotato di profili ufficiali sui social e le stesse piattaforme social che in questa sollecitudine avevano visto un’opportunità di legittimazione e di credibilità, e dunque altrettanto rapidamente avevano concesso la spunta blu di verifica. Eravamo rimasti qui, a Giuseppe Conte e al suo repentino approdo sui social media. E’ passata una settimana ma tale è la densità degli eventi cui abbiamo assistito che sembra trascorso un mese. Delle motivazioni della rottura tra l’alleanza M5S-Lega e il Quirinale sappiamo ormai tutto: compreso il fatto che la comunicazione sui social media ha giocato un ruolo importante, sia nell’innescare la crisi che nel darle una rappresentazione plastica e immediatamente fruibile.

Il punto zero: lo status Facebook di Matteo Salvini

Sono le 20.41 di venerdì 25 maggio. Giuseppe Conte è al lavoro da due giorni per comporre il “governo del cambiamento” targato Movimento 5 Stelle e Lega. Sembra quasi fatta, ma da alcune ore sui media circola con insistenza un’indiscrezione. A quanto pare, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non gradirebbe il nome proposto per il ministero dell’Economia, il professore Paolo Savona, noto per alcune sue posizioni anti-euro. Nel tardo pomeriggio Conte sale al Quirinale per aggiornare Mattarella in via informale sul procedere delle consultazioni. Nel colloquio, le perplessità vengono evidentemente ribadite e all’uscita Conte informa del problema la nascente maggioranza di governo. Il leader della Lega sbotta e pubblica dalla sua pagina Facebook uno status lapidario: “Sono davvero arrabbiato”. Il suo principale alleato nella proposta del governo del cambiamento, Luigi Di Maio, mette like al post. La  cosa non passa inosservata e i media rilanciano il segnale social interpretandolo come un chiaro segnale di polemica verso il Quirinale. La miccia è innescata.

Interessante rilevare come l’esplosione dello scontro tra Quirinale e partiti si manifesti in prima battuta su Facebook. E’ lì che i leader comunicano il proprio dissenso al Capo dello Stato: Salvini si esprime con un post laconico ma chiaro, Di Maio con un segnale di assenso; entrambi eludono ogni passaggio con i media tradizionali; si rivolgono direttamente ai cittadini. Una scelta, questa di Salvini e Di Maio, in piena continuità con la loro strategia di comunicazione, sia elettorale che dell’ultimo periodo.

#VogliamoSavona: la mobilitazione social e i sospetti del Corriere

La crisi è conclamata, i sostenitori del nome proposto da Di Maio e Savona si mobilitano sui social con l’hashtag #VogliamoSavona. Secondo Talkwalker, il primo picco dell’hashtag si registra proprio nelle ore immediatamente successive allo status di Salvini, nella tarda serata del 25 maggio.

Nei giorni successivi, il Corriere della sera ventilerà il sospetto che dietro questa mobilitazione così massiccia vi siano degli hacker russi.

A quanto risulta, l’hashtag viene lanciato su Twitter nella serata di venerdì scorso, da account molto noti, dotati di un buon numero di follower e vicini alle posizioni di Lega e Movimento 5 Stelle. C’è Antonio Maria Rinaldi, quasi  22 mila follower, sostenitore delle idee di Paolo Savona e proprietario del sito scenarieconomici.it su cui il professore di economia pubblicherà poi una sua dichiarazione. C’è Giuseppe Palma, più di 6 mila follower, avvocato, saggista e collaboratore di Libero. E twitta per il professor Savona anche Claudio Messora, byoblu, quasi 5o mila follower, vero e proprio influencer da sempre vicino al Movimento 5 Stelle.

Antonio Maria Rinaldi, ore 22.40

Giuseppe Palma, ore 22.59

Claudio Messora, ore 23.13

Nella giornata successiva l’hashtag resterà in tendenza e toccherà picchi di frequenza ancora più alti. E’ un trend a cui prendono parte giornalisti noti come Antonio Socci, personaggi dello spettacolo come Simona Ventura, Simone Di Stefano di Casapound. Personaggi pubblici che, stando ai dati di Talkwalker, pubblicano post ad alto tasso di condivisione e che, con ogni probabilità tengono in alto il trending topic e lo diffondono anche a mondi esterni a quelli di M5S-Lega. Sembra dunque essere pienamente spiegabile in che modo l’hashtag sia potuto diventare virale e restarci: grazie a diversi account “influenti”, ambienti diversi per settore e per area politica si sono mobilitati su un unico trending topic, il cui oggetto è peraltro l’apertura dei tg del giorno.

Tra i più importanti tweet di queste prime giornate rilevati da Talkwalker, sabato 26 c’è anche quello in cui viene postata la fotografia del manuale di diritto pubblico di Temistocle Martines, erroneamente attribuita a Costantino Mortati, come ampiamente approfondito dall’Agi, che sottolinea peraltro la mancata contestualizzazione della citazione. Peraltro anche l’Agi attribuisce l’errore a Danilo Toninelli, il quale con ogni probabilità ha semplicemente “importato” la foto postata da Socci (o addirittura da altri prima di lui): il suo tweet infatti è stato postato soltanto domenica 27, quando il tweet del giornalista aveva già acquisito viralità e la foto era ampiamente circolata.

E’  Tra i risultati più rilevanti c’è anche il tweet dell’account Il Sofista, 40 mila follower, di cui avevamo già parlato analizzando la conversazione social #governoneutrale e che anche in quella occasione si era schierato su posizioni molto critiche verso Mattarella. Utente quindi molto attivo nell’orientare il sentiment di determinate conversazioni su Twitter.

Dei tre hashtag che maggiormente hanno rappresentato la crisi istituzionale #VogliamoSavona è quello che ha ottenuto il più alto numero di mentions: ha ottenuto quasi 130 mila menzioni.

La risposta dei sostenitori del Quirinale: #IoStoconMattarella

Al crescere dell’hashtag #VogliamoSavona, sabato 26 maggio i sostenitori della posizione del Presidente della Repubblica oppongono #IoStoconMattarella. Il flusso è consistente sebbene, in termini assoluti, inferiore a quello precedente. E’ tuttavia interessante notare come la drammaticità dell’appello del Presidente sia stata molto più mobilitante rispetto a tutto l’hashtag precedente: il grafo di Talkwalker indica che il picco conversazionale di #IostoconMattarella (flusso blu) è molto più alto rispetto a tutti quelli del topic precedente e anche i successivi.

La levata di scudi dei 5 stelle: #IlMiovotoConta

“Ho bisogno del vostro aiuto. Collegatevi, ci sono novità importanti”. La macchina della mobilitazione del Movimento 5 Stelle è collaudatissima. Facebook live di Luigi Di Maio, immediata tweetstorm con un hashtag condiviso e motivante. Ma le indecisioni politiche dei 5 Stelle in questa fase si riverberano anche sull’efficacia delle loro iniziative sui social e il flusso non ottiene risultati comparabili agli altri due. Il numero di menzioni indicate da Talkwalker non raggiunge nemmeno la metà di quelle di #VogliamoSavona.

Il FB Live “diverso” di Matteo Renzi

La bagarre politica offre l’opportunità di tornare a parlare in modo disintermediato ai propri social follower anche a Matteo Renzi.

Il look con cui si propone ai suoi fan è però ben diverso da quello che adottano, nello stesso formato, i suoi competitor diretti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Renzi infatti ha ancora un atteggiamento da Presidente del Consiglio, un modo di porsi molto istituzionale: seduto alla scrivania, bandiere sullo sfondo, giacca indossata. Siamo ben lontani dalla più informale camicia di Di Maio o dall’improvvisazione dei live “sul tetto” di Salvini. Renzi sceglie un approccio diverso e non a caso critica, proprio in questa occasione, l’eccessivo ricorso dei suoi competitor al Fb Live. Cosa che viene rilevata da David Allegranti del Foglio.

Le esternazioni di #Oettinger

A infiammare nella giornata di ieri un quadro politico già rovente ci sono le esternazioni del commissario UE al bilancio, Gunther Oettinger. E’ un’occasione che Salvini e Di Maio non perdono per accusare l’Ue e la Germania di indebita ingerenza sulla politica italiana: secondo Talkwalker,  i tweet di Salvini e Di Maio sono i post social più influenti di questo trending topic.

Marco Borraccino

 

Governo M5S–Lega, c’è già il primo membro dello staff: è il social media manager di Giuseppe Conte

Giuseppe Conte. Negli ultimi giorni si è parlato moltissimo di lui: del suo curriculum, della singolarità delle circostanze con cui è stato designato Presidente del Consiglio da Movimento 5 Stelle e Lega, della definizione che si è dato al primo incontro ufficiale con la stampa, “avvocato difensore del popolo italiano”. Di lui sappiamo comunque ancora molto poco. Tuttavia una prima notizia già c’è. Il professore ha già iniziato ad allestire il suo staff: ha già un collaboratore. Stando a quanto abbiamo visto, a poche ore dal suo incarico Giuseppe Conte ha avuto immediatamente a disposizione un social media manager esperto.

Su Facebook, infatti, esiste già una pagina ufficiale del premier incaricato, con tanto di spunta blu di avvenuta verifica da parte del social di Menlo Park e 82 mila fan in una sola giornata di attività. Da questo canale, Conte ha già effettuato una prima diretta live, al termine delle consultazioni di ieri.

C’è di più: chi si sta occupando dei social del nuovo Presidente del Consiglio ha aperto contestualmente anche un canale Instagram ufficiale, anch’esso già omaggiato dalla spunta blu di verifica. Da questo canale, sempre nella giornata di ieri, il social media manager di Conte ha pubblicato tre Stories, una delle quali, l’ultima, rinviava via link alla diretta Facebook. E risulta dunque evidente che esiste già un chiaro approccio strategico alla comunicazione social media del Presidente, che sarà caratterizzata da multicanalità e convergenza sul FB Live. Strumento della cui crescente centralità nell’attuale fase politica abbiamo già parlato nei giorni scorsi.


C’è un piccolo giallo su Twitter, dove invece i profili aperti a nome del presidente Conte sono diversi e ben due di questi hanno dichiarato, in un post, di aver chiesto la spunta blu di verifica.

Il primo dei due account segnalati, peraltro, nel pomeriggio di ieri è stato al centro di un piccolo caso per aver rilanciato via tweet la fake news sulla morte di Mario Draghi.

Il RT effettuato in tarda serata di ieri dall’account ufficiale di Luigi Di Maio al tweet dell’account @GiuseppeConteIT sembra comunque dirimere ogni dubbio su quale sia il vero canale Twitter del prossimo Presidente del Consiglio. La condivisione via Twitter di Di Maio, con ogni probabilità, apre anche delle ipotesi concrete su quale possa essere la provenienza professionale della persona che sta gestendo l’avvio della comunicazione social del professore.

Contrattempi su Twitter a parte, appare ovvio che chiunque stia allestendo la comunicazione social del nuovo premier è senz’altro professionista esperto e ben dotato di conoscenze anche all’interno degli staff dei social media stessi. Chiunque sia del mestiere sa che non è cosa affatto banale l’aver ottenuto la spunta blu di verifica dagli uffici di Facebook nel giro di pochissime ore.

Una partenza così repentina e già molto funzionale è finalizzata, con ogni probabilità, a occupare la conversazione social sul nascente governo con owned media, canali propri con contenuti autoprodotti, e condizionare favorevolmente, o almeno bilanciare, gli earned media, le menzioni ricevute dal resto degli utenti social riguardo al topic “nuovo governo”.

Secondo il tool Talkwalker, ieri l’hashtag #GovernoConte, trending topic per la gran parte della giornata, ha ottenuto sinora circa 13500 mentions, con un sentiment prevalentemente neutrale nel complesso dei post e tendenzialmente negativo nella percentuale di contenuti connotati, “di parte”. La strada è lunga, ma da quel poco che abbiamo visto chi si occupa dei social del professore sembra sapere il fatto suo.

Marco Borraccino

 

 

Contratto di governo: è il Facebook Live l’ordine del tempo nuovo M5S – Lega

Il governo Lega – 5 Stelle cambierà l’Italia? Il contratto di governo reggerà alla prova dei cinque anni di legislatura? Mentre la trattativa tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini è ormai alla stretta finale, possiamo senza dubbio individuare un elemento emergente di questo tempo nuovo che si sta aprendo: l’utilizzo metodico del Facebook Live, la diretta del leader della propria pagina Facebook, quale mezzo di posizionamento politico e mediatico. Un format video attraverso cui i protagonisti della scena politica si rivolgono in modalità diretta e indifferenziata tanto ai cittadini quanto ai media, di fatto scavalcando i professionisti dell’informazione. Questa scelta di comunicazione non è certo una novità di queste ultime settimane: come abbiamo visto a suo tempo, è anche grazie al Live, all’utilizzo di questo contenuto digitale “nativo”, pubblicato esclusivamente su Facebook, che Di Maio e Salvini hanno potuto registrare in campagna elettorale una crescita delle loro fan base molto più alta rispetto a quella dei loro competitor. Ma le dirette di questi ultimi giorni dimostrano che questo format si è consolidato, che questa scelta di canale può far parte di un approccio strategico non soltanto quando va costruito il consenso elettorale, ma anche quando occorre comunicare la propria posizione nei frangenti più delicati di una legislatura.

Lo abbiamo visto fare martedì nel tardo pomeriggio a Luigi Di Maio, la cui diretta ha raccolto quasi due milioni di visualizzazioni.

In questa diretta Luigi Di Maio spiega la scelta del termine “contratto di governo” rispetto ad alleanza di governo: un patto basato sugli obiettivi. E non perde occasione di attaccare gli “opinionisti” del sistema mediatico tradizionale che proprio sul termine sul contratto di governo hanno ironizzato nei giorni scorsi. I dati di coinvolgimento sui social sono consistenti: più di 104mila reactions, 45mila di condivisioni, più di 65 mila commenti.

Il giorno dopo, la stessa scelta di comunicazione è fatta dall’altro protagonista della trattativa di governo, Matteo Salvini. Ad annunciarlo è il suo digital strategist Luca Morisi, che in due tweet successivi racconterà anche il dietro le quinte della diretta (prima con Salvini poi direttamente al tavolo delle trattative).

L’intervento di Salvini è una risposta alle prime critiche ricevute alla bozza di contratto di governo e alla copertura che ne è stata data dai giornali. Il video viene rilanciato in diretta da SKy tg 24 e Lorenzo Pregliasco di Youtrend su Twitter lo definisce “un format consueto, che ci dice un po’ quanto è cambiato il mondo”.

Nelle stesse ore, secondo i dati Talkwalker, l’hashtag #contrattodigoverno raggiunge il suo apice. Al momento l’hashtag 37mila mentions, con più di 14 mila utenti unici nel flusso. Alla conversazione hanno partecipato molti protagonisti della scena politica e social: da Maurizio Martina e Carlo Cottarelli a Osho. Una notizia di cui si è visto nascere e costruire il flusso quasi esclusivamente in rete e che riassumiamo in questa infografica.

Sergio Lepri, direttore Ansa dal 1961 al 1991, nel 2005 scriveva: «il giornalismo è mediazione tra fonti e i fruitori dell’informazione. E’ chiaro che internet, permettendo l’accesso alle fonti primarie rischia di eliminare ogni forma di mediazione giornalistica». Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni conferma appieno l’irreversibilità di questa tendenza: per chiunque abbia un canale social solido, frequentato e conosciuto il newsmaking, il processo di costruzione della notizia è oggi praticabile direttamente sulle nuove piattaforme. Il protagonista è il contenuto, non occorre la mediazione giornalistica: la notizia è, appunto, disintermediata. Il flusso in tempo reale dell’online dispiega, nel Facebook Live, tutta la sua potenza dirompente su altri cicli produttivi chiusi dell’informazione, come ad esempio quello cartaceo, la cui capacità di raccontare la contemporaneità potrà probabilmente trovare efficacia solo quando sarà in grado di offrire analisi di respiro più ampio. La cronaca è altrove.

Marco Borraccino

Governo neutrale: come contaminare una conversazione social

“Ritengo in queste condizioni che sia più rispettoso della logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte. Dai partiti fino a pochi giorni addietro è venuta più volte la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora del tempo per approfondire il confronto tra di essi e per far maturare, se possibile, un’intesa politica per formare una maggioranza di governo, ma nel frattempo, in mancanza di accordi, consentano attraverso il voto di fiducia che nasca un governo neutrale, di servizio. Un governo neutrale rispetto alle forze politiche”.

Con queste parole, al termine delle consultazioni tenute nella giornata di lunedì, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha di fatto lanciato una possibile exit strategy al vicolo cieco istituzionale generato dalle recenti elezioni politiche. Come prevedibile, la posizione del Quirinale ha avuto una eco mediatica pressoché istantanea, anche sui social, producendo un picco conversazionale in tempi estremamente rapidi, qui raffigurati dalla grafica del tool Talkwalker.

Il flusso è stato immediatamente condizionato da una replica politica: quella di Giorgia Meloni. Secondo il tool, è la leader di Fratelli d’Italia la principale influencer del topic “governo neutrale”. Un posizionamento acquisito grazie a questo tweet, che rimanda a un post più articolato su Facebook:

Stando a Talkwalker, oltre alla parlamentare FdI questi sarebbero gli autori più importanti attivi sul topic: l’agenzia Askanews, il sito Termometro Politico e il portale di news zazoom.info.

Stando sempre alle valutazioni di Talkwalker, su un totale di 732 post in cui si menziona il topic, la gran parte sarebbero di sentiment neutro e solo un residuo 6% sarebbe connotato negativamente; assente, in ogni caso, la rilevazione di contenuti a carattere positivo.

La Meloni nelle ore seguenti continuerà ad attaccare la proposta di Mattarella, associando il governo neutrale all’esperienza dell’esecutivo guidato da Mario Monti.

Col risultato che i primi due risultati social rilevati dal tool, quelli più importanti, non sono neutri ma entrambi di connotazione negativa.

Subito dopo il tweet della Meloni, il tool riporta infatti il tweet dell’account @intuslegens, “Il Sofista”, che risponde con asprezza alla proposta del Quirinale.

Il tweet è stato poi cancellato: viene rilevato da Talkwalker, ma risulta irraggiungibile. Tuttavia, come detto, si posiziona in cima ai post social più influenti e possiamo notare come condizioni fortemente la word cloud riguardante il topic.

Parole come “inculato”, “golpe”, “parruconi”, “masturberanno” risultano tuttora in primo piano, ben visibili.

L’ultima bordata è di poco fa, twittata dal politico Francesco Storace.

Quello a cui abbiamo assistito è un esempio da manuale di occupazione “politica” di un tema, appropriazione e connotazione semantica: ne abbiamo parlato anche in occasione del report finale di #RecapElezioni18,  con i concetti di persistenza ed egemonia sui temi. I social sono piattaforme di conversazione: se un influencer si appropria di una conversazione, la condiziona, dando alla sua posizione un peso molto rilevante nella discussione pubblica. Questo si ottiene naturalmente grazie a un’influenza pubblica costruita nel tempo, nonché attraverso un posizionamento tempestivo sul topic in questione. Nella massa critica delle conversazioni questa strategia è però molto efficace. Tanto da riuscire a connotare negativamente ciò che per sua natura nascerebbe neutro, come appunto un “governo neutrale”.

Marco Borraccino

 

RecapElezioni18: persistenza e egemonia sui temi, così Lega e M5S hanno vinto su Twitter (e nell’urna)

Occupare la piattaforma con i propri temi. Postare quotidianamente, per orientare il dibattito e influenzare non solo gli elettori, ma anche gli avversari. Ottenere engagement sui social per scalare gli algoritmi ed occupare lo spazio di discussione pubblica.

A due mesi dal voto per le elezioni politiche e con le consultazioni ormai in stallo, rimetto mano al format #RecapElezioni18 per fare un riassunto di quanto monitorato in campagna elettorale e trarne alcune indicazioni finali. Riflessioni di metodo e di merito: sulla comunicazione politica a cui abbiamo assistito e sull’uso dei social media da parte dei principali protagonisti del voto del 4 marzo 2018, in particolar modo di Twitter.

Ricapitoliamo brevemente le “regole del gioco” alla base del monitoraggio (pubblicate anche qui, all’inizio delle pubblicazioni su questo blog):

  • L’esperimento ha avuto luogo tra il 15 gennaio e il 2 marzo (47 giorni in tutto)
  • E’ stato reso pubblico attraverso infografiche di riassunto della giornata precedente, postate ogni giorno sull’account Twitter Social Recap e, nelle ultime quattro settimane di campagna elettorale, pubblicate anche in un articolo quotidiano di commento su questo blog, reperibile nella categoria #RecapElezioni18
  • Il campione di osservazione è stato costituito da undici account twitter dei principali leader politici dell’ultima campagna elettorale
  • Sono state analizzate quotidianamente le performance social dei canali Twitter in oggetto, nello specifico:
    • quantità di tweet pubblicati;
    • quantità di RT ottenuti;
    • engagement degli account osservati
    • interazioni degli account osservati
  • Sono stati individuati i top content della giornata, i top tweet per engagement, distinti in due categorie: tweet solo testuale e tweet con immagine
  • Sono stati indicati, quotidianamente, i tre temi o hashtag più importanti emersi nei tweet a più alto engagement nella giornata.

Su tutto ciò che riguarda l’analisi delle performance social quantitative, è stato utilizzato il tool Fanpage Karma. Sull’ultimo punto dell’elenco, di natura tematica, l’analisi è qualitativa ed è frutto esclusivamente della mia personale osservazione quotidiana dei tweet a più alto engagement segnalati dal tool.

E riassumiamo qui gli obiettivi che erano alla base dell’analisi:

  • Insight strategici. Monitorare l’utilizzo di Twitter da parte dei leader ha significato cercare elementi di valutazione sul tipo di campagna elettorale che i leader stavano svolgendo: sui social ma non solo. Con quale frequenza pubblicavano, con quale stile comunicativo, che tipo di temi prediligevano, quale lessico emergeva, quale strategia politica e mediatica era alla base dei loro tweet.
  • Insight di engagement e di sentiment. Quali segnali mandava l’engagement su Twitter? Il social dei cinguettii non è certamente quello più frequentato in Italia, ma ha al suo interno una platea politicamente interessata e polarizzata e il segmento dei giornalisti è, tra gli utenti, estremamente rappresentato. Per un personaggio pubblico, twittare significa immettere nel sistema mediatico un contenuto che possa essere recepito e fatto circolare in tempi rapidi. E monitorare i risultati di engagement ha significato per me provare ad avere, con tutte le cautele del caso, anche possibili segnali di sentiment all’interno di Twitter. Arrivo a questa considerazione perché, al netto dei sospetti esistenti sull’utilizzo di account bot nelle campagne elettorali, quando si tratta di politica gli utenti retwittano quasi esclusivamente contenuti in cui si riconoscono. Pertanto anche i RT possono essere significativi, su un arco di tempo sufficientemente ampio, del consenso esistente sulla piattaforma per un leader o per un’opinione.
  • Insight sui temi: di cosa si parlava, giorno per giorno, in campagna elettorale? Quali erano i temi di maggior successo su Twitter? Era, questa, la parte più personale dell’analisi e quella meno basata sulle metriche quantitative: tuttavia mi premeva molto far emergere anche questo aspetto, per avere un’idea almeno approssimativa delle parole e degli argomenti che componevano il discorso pubblico su Twitter in giorni concitati e importanti per il futuro del Paese.
#RecapElezioni18: il metodo

Rivediamo qui le tre infografiche principali che componevano l’analisi quotidiana e che venivano allegate al tweet di recap, prendendo quelle relative al 25 febbraio 2018.

Prima infografica

Nella parte sinistra della prima infografica venivano riportati i due tweet che, secondo il tool Fanpage Karma, avevano ottenuto più RT e Like nella giornata precedente. Sono i due “top tweet della giornata”, indicati per categoria: tweet testuale e tweet con visual (immagine o video).

Nella parte destra, sono invece indicati i tre temi (in alcuni casi veri e propri hashtag) che sono presenti negli altri tweet a più alto engagement della giornata precedente: è un’analisi qualitativa, manuale, frutto di un mio ragionamento fatto ogni mattina durante la campagna elettorale di fronte ai dati di Fanpage Karma; non dunque un risultato diretto del tool. Nella parte bassa della parte destra, gli hashtag maggiormente citati nella giornata precedente: questo è invece il risultato di un’analisi quantitativa del tool. Come si nota, molto spesso l’utilizzo dell’hashtag non è tematico ma legato a eventi televisivi in cui è stato effettuato un live-twitting, pertanto quel che ne risulta è inservibile in un’analisi politica.

Seconda infografica

Nella seconda infografica sono stati riportati i due istogrammi risultanti dall’analisi quotidiana effettuata direttamente dal tool: il canale Twitter che aveva pubblicato più tweet il giorno prima e quello che aveva ottenuto più RT.

Terza infografica

Nella terza infografica, altri due istogrammi derivanti dal monitoraggio di Fanpage Karma: i top account per engagement e il top account per interazioni generate nella giornata precedente. L’engagement è inteso come più alto rapporto tra RT+Like e base follower; l’interaction come più alto rapporto tra RT+Like+click+replies e base follower.

I risultati finali di #RecapElezioni18

Procediamo ora all’esposizione dei dati definitivi del monitoraggio: verranno indicati gli account che, per ogni parametro del monitoraggio, sono risultati “top” nel monitoraggio e, come ultimo punto, verranno esposti i dati ragionati di quanto emerso dall’analisi qualitativa dei temi.

Leader #RecapElezioni18 per più alto numero giornate nei top tweet testuali: ex aequo Laura Boldrini e Matteo Salvini

Questo parametro era riportato quotidianamente nella parte sinistra della prima infografica (vedi sopra). A conti fatti, Laura Boldrini e Matteo Salvini sono risultati i politici monitorati che, più spesso, hanno pubblicato il top tweet testuale di giornata (nove giornate per ciascuno). Per il leader della Lega questo risultato riflette una strategia di presenza costante sulla piattaforma e sui trending topic di giornata; è un dato che si integra perfettamente anche con le prossime infografiche.

Per quanto riguarda invece la ex presidente della Camera, è un dato che ben evidenzia il punto d’arrivo di un progressivo percorso di avvicinamento ai linguaggi social compiuto dalla ex Presidente della Camera: non a caso si tratta, di tweet testuali, che non richiedono capacità particolari di costruzione di contenuto, quanto invece abilità nella sintesi di un messaggio politico tempestivo ed efficace.

I leader non menzionati nel grafico (Luigi Di Maio, Pietro Grasso, Silvio Berlusconi) non sono mai riusciti a pubblicare un top tweet testuale nei 47 giorni monitorati.

Leader #RecapElezioni18 per più alto numero giornate nei top tweet con immagine: Matteo Salvini

Leader che più spesso ha pubblicato il top tweet con immagine di giornata: prima infografica pubblicata quotidianamente, sempre sulla parte sinistra parte sinistra. Qui la musica cambia, perché siamo di fronte a un utilizzo evoluto e consapevole della potenzialità dei social. In questo caso, Matteo Salvini è stato di gran lunga il politico più presente in questa casella dell’infografica di giornata (16 giornate su 47 totali del monitoraggio). Lo segue Luigi Di Maio (13 giornate) che, a fronte di un utilizzo non altrettanto pervasivo della piattaforma, ha saputo assestare i top tweet giusti al momento giusto, facendo leva sulla folta community di militanti 5 Stelle presenti su Twitter.

I leader non menzionati nel grafico (Emma Bonino, Silvio Berlusconi, Paolo Gentiloni) non sono mai riusciti a pubblicare un top tweet con immagine nei 47 giorni monitorati.

Leader #RecapElezioni18 per numero di giornate con più alto numero tweet pubblicati: Matteo Salvini

Primo parametro della seconda infografica: chi ha pubblicato più tweet nella giornata. E questo istogramma riassume i giorni in cui i leader indicati sono risultati essere coloro i quali hanno pubblicato il più alto numero di contenuti (tweet) rispetto ai competitor. A risultare top leader in questa categoria è Matteo Salvini (18 giornate in tutto sulle 47 monitorate), seguito da Silvio Berlusconi (16 giornate). E’ una metrica che ha che fare con un elemento caratterizzante di ogni strategia di presenza social media: la consistency, la densità del proprio flusso comunicativo, quella che richiede una pubblicazione di contenuti costante nel tempo. In termini assoluti, è Silvio Berlusconi ad aver pubblicato più tweet nell’ultima campagna elettorale, e a maggior ragione non è casuale che in questa speciale gradutoria sia però superato dal suo alleato di coalizione. Salvini è stato infatti persistente e ha intensificato la pubblicazione in alcune giornate particolari, assicurandosi non solo di essere costante, ma di essere più presente dei suoi competitor sulla piattaforma dei cinguettii in alcune giornate chiave della tornata elettorale. Salta agli occhi l’assenza del candidato premier del PD Matteo Renzi in questa categoria: non menzionati in questo grafico, oltre lui (perché mai primi in questo parametro) anche Luigi di Maio, Paolo Gentiloni, Giorgia Meloni.

Leader #RecapElezioni18 per numero di giornate con più Retweet: Matteo Salvini

In questa infografica vediamo invece per quanti giorni, dei 47 totali, il singolo leader sia stato in grado di ottenere il più alto numero di Retweet rispetto ai competitor (riportata ogni giorno nella parte destra della seconda infografica). Questo parametro evidenzia con ancor più efficacia fino a che punto il leader della Lega sia stato in grado di staccare gli avversari sulla piattforma Twitter: su un totale di 47 giornate monitorate, Salvini si è segnalato come il leader con il più alto numero di Retweet nella giornata per ben 33 volte. Seguono, a distanza, Luigi Di Maio (5 giorni) e Matteo Renzi (4 giorni). Tale potenza di fuoco non si traduce soltanto, banalmente, in metriche di engagement molto positive per il canale di Salvini, ma anche in elevata capacità di diffondere il proprio messaggio sul feed della piattaforma, di posizionarlo costantemente in alto nell’algoritmo, e quindi, come vedremo più avanti, influenzare il dibattito pubblico con temi affini al proprio messaggio.

I leader non menzionati nel grafico (Paolo Gentiloni, Silvio Berlusconi, Laura Boldrini, Pietro Grasso) non sono mai riusciti a essere top account per RT ottenuti nella singola giornata.

Leader #RecapElezioni18 per numero di giornate come top TW account per engagement: Carlo Calenda

Terza infografica del tweet quotidiano Recap Elezioni 18, parte sinistra. Prima ancora di commentare i risultati di questo istogramma di sintesi, intendiamoci su un punto: cos’è l’engagement? Come ne deve aver tenuto conto Fanpage Karma nel consegnarci questi risultati? Si intende, qui, il rapporto tra RT e Like ottenuti nella singola giornata e il proprio numero di follower su Twitter. Ecco perché troviamo avanti gli account di due leader, Carlo Calenda e Silvio Berlusconi, che non hanno avuto in termini assoluti un numero di Retweet paragonabile a quello di Matteo Salvini, né una community di follower molto alta: entrambi però, in termini relativi, hanno saputo utilizzare Twitter in modo ingaggiante. Dunque su 47 giorni totali monitorati, Carlo Calenda è risultato top leader per engagement per 20 volte, risultando così top account in questa categoria, seguito da Silvio Berlusconi (13 giornate). Particolarmente significativo il risultato di Calenda che, unico sostanzialmente tra i leader monitorati, ha utilizzato Twitter per dialogare continuamente con la propria fan base, rispondendo e retwittando, esaltando così la funzione “social”, orizzontale della piattaforma.

Meno rilevante, a mio parere, il risultato di Berlusconi, che vantava di una popolarità di partenza molto più alta rispetto a quella del ministro allo Sviluppo, e che ha ottenuto quote di engagement rilevanti su una follower base piccola e stimolata con un flusso di tweet molto persistente, generata nei frequenti livetwitting delle sue comparsate televisive.

I leader non menzionati nel grafico (Laura Boldrini, Luigi Di Maio, Paolo Gentiloni, Pietro Grasso, Giorgia Meloni, Matteo Renzi, ) non sono mai riusciti a essere top account per engagement nella singola giornata.

Leader #RecapElezioni18 per numero di giornate come top TW account per interazioni: Danilo Toninelli

Ultimo parametro: parte destra della terza infografica allegata al tweet quotidiano. Stessa premessa del paragrafo sopra: cosa si intende per interazioni secondo quanto rilevato dal tool Fanpage Karma? Il più alto rapporto tra RT+Like+click+replies e base follower dell’account Twitter. Su 47 giorni totali monitorati, Danilo Toninelli è risultato top leader per interazioni per 27 volte, risultando così top account in questa categoria, seguito da Carlo Calenda (13 giornate). Seppur a fronte di una quantità di tweet pubblicati meno consistente di quella di Matteo Salvini, il parlamentare M5S è riuscito a far leva costantemente sulla vasta community grillina presente su Twitter e i suoi post hanno generato in maniera continua discussioni e interazioni, ad un tasso costantemente alto. Questa capacità di mobilitazione dei militanti pentastellati su Twitter ha avuto, come vedremo, dei riflessi diretti anche sui temi e gli hashtag che hanno caratterizzato la campagna elettorale.

I leader non menzionati nel grafico (Laura Boldrini, Emma Bonino, Pietro Grasso, Giorgia Meloni, Matteo Renzi) non sono mai riusciti a essere top account per interazioni nella singola giornata.

#RecapElezioni18: i temi dei tweet dei leader nella campagna elettorale

Di cosa si è parlato nella giornata di ieri, nei tweet dei leader? Quali sono i tre temi, o hashtag con cui riassumere i tweet a più alto engagement della giornata appena trascorsa? Il parametro della parte destra della prima infografica pubblicata ogni giorno era, tra tutti, l’unico derivante da un’analisi soggettiva, se vogliamo arbitraria. Ne sono derivate 141 menzioni, ovviamente con alcune parole o hashtag a più alta ricorrenza (immigrazione e Flat Tax, ad esempio): nella word cloud qui sopra troviamo rappresentati i dati aggregati. A un primo sguardo, un riassunto efficace dell’ultimo mese e mezza di campagna elettorale: ci sono, ad esempio, leader oggetto essi stessi di dibattito (Salvini; Boldrini; Di Maio), trending topic occasionali (Amazon; Macerata; Erdogan), campagne di alcune liste o leader (antifascismo; Convergi sul dimezzamento).

Provando però a passare a una word cloud più ragionata, possiamo avanzare alcune ipotesi di respiro più ampio sui temi e l’egemonia esercitata da singoli leader e dalle loro liste.

La macro-categoria Immigrazione, intesa come menzione del topic e di suoi derivati semantici come “clandestini” o “stop invasione”, risponde al 15% degli argomenti dei tweet a più alto engagement pubblicati dai leader.  Sarebbe in assoluto, nel dato aggregato, il tema più “pesante”. Segue poi l’aggregato M5S e suoi temi, che peserebbe per il 13% e che contiene hashtag del partito (Rally; Convergi sul dimezzamento; parlamentarie), temi legati al movimento, di sentiment negativo e positivo (rimborsopoli; governo 5 stelle) e anche la figura stessa del candidato premier (Di Maio). Temi, keyword e hashtag che sono stati oggetto di menzione anche di tweet ad alto engagement degli avversari del movimento. C’è poi la macro-categoria del Lavoro (11%): dentro cui ci sono le vertenze su cui si sono espressi molti leader (Embraco; Amazon), c’è la precarietà ed altro ancora. E poi seguono, con la medesima percentuale del 10%, l’Europa, le Tasse e la macro-categoria Salvini e i suoi temi, perché tale è stata la pervasività del leader leghista e la polarizzazione che egli stesso ha generato nel dibattito, che di fatto la sua persona ha cannibalizzato il partito, e dunque è stato il nome del candidato premier, l’hashtag #Salvini molto spesso, a imporsi nei tweet degli altri leader (si veda ad esempio l’accesa rivalità con la presidente della Camera Boldrini. Staccata la macro-categoria Pd e suoi temi (7%), di pari peso alla Memoria Storica (in cui c’è tutta la campagna sull’antifascismo portata avanti dagli esponenti LeU ma anche le Foibe, di cui ha discusso Giorgia Meloni). E risultano infine residuali altri temi come la Violenza politica (5%), gli Scenari Post-voto (4%), le Donne, i Rifiuti e i Servizi pubblici (3% ciascuno).

Il dato che appare senz’altro significativo è la sostanziale avversità del dibattito pubblico a temi e argomenti del centro sinistra. La somma delle macrocategorie Immigrazione, M5S e suoi temi e Salvini e suoi temi risponde al 38% dei temi di dibattito a più alto engagement tra i tweet dei leader. Se consideriamo che su Lavoro, Tasse ed Europa le posizioni del centrodestra erano rappresentate molto frequentemente, con una potenza di fuoco comunicativa maggiore a quella del centrosinistra, come abbiamo visto negli istogrammi sopra, e spesso anche con ottimi riscontri di engagement, possiamo ben intuire fino a che punto lo spazio pubblico sia stato occupato da argomentazioni ostili al Pd e alla sinistra.

Allo stesso risultato di occupazione dello spazio di dibattito della piattaforma arrivano i tweet dei leader del Movimento 5 Stelle, i quali riescono a mobilitare la loro community con campagne specifiche (il dimezzamento dei parlamentari, il vincolo di mandato), fanno parlare di sé stessi gli altri leader generando agenda-setting (Di Maio, rimborsopoli, governo 5 stelle) e assestano poi il colpo giusto sul finire della campagna elettorale, con l’evento mediatico della presentazione della lista dei ministri.

Conclusioni di #RecapElezioni 18

Su Twitter:

  1. Vince chi occupa la piattaforma con i propri messaggi, attraverso quantità, autenticità e una community costruita nel tempo. Dunque sono fondamentali non solo la coerenza e la semplicità nei messaggi, ma anche la percezione di autenticità e credibilità nella comunicazione social: ecco perché, a parità di impegno, la presenza pervasiva di Salvini è ben più efficace di quella dell’alleato di coalizione Berlusconi.
  2. Vince chi impone i propri temi, quindi chi fa parlare di sé, chi porta gli altri sul proprio terreno di scontro: lo abbiamo visto fare tanto a Salvini quanto a Di Maio.
  3. Vince la consistency: la densità della propria presenza. La continuità paga.
Appendice: i tweet contro i competitor

Come  hanno dibattuto su Twitter  i leader? Come si sono confrontati gli uni con gli altri? I social hanno senz’altro amplificato una campagna elettorale combattuta e cruenta. Qui ad esempio un top tweet di Matteo Salvini contro il Movimento 5 Stelle.

Qui invece alcuni tweet di Di Maio e Toninelli sui propri avversari, del Pd e di centrodestra.

Infine, non mancano naturalmente anche tweet molto aspri di Calenda e Renzi verso i propri avversari.

 

Marco Borraccino

Altri articoli sulle elezioni 2018:

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Elezioni e social, Trump fa scuola: centrodestra e cinquestelle occupano Twitter

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AI, Automazione, Data Science: il giornalismo cerca alleati contro le fake news

12 gennaio 2018. Mark Zuckerberg annuncia importanti cambi nell’algoritmo Facebook. “You’ll see less public content like posts from businesses, brands, and media” scriveva in un post dalla sua pagina “and the public content you see more will be held to the same standard – it should encourage meaningful interactions between people”. Dopo anni di controverso rapporto con il più frequentato dei social media, dalla progressiva perdita di peso delle pagine ufficiali passando per la non felicissima esperienza degli istant articles, l’editoria mondiale si è sentita nuovamente davanti a una penalizzazione del gigante Menlo Park. In realtà le edizioni on line dei quotidiani non sembrano aver ricevuto contraccolpi letali: alcune settimane fa, un report di Newswhip mostrava che da questo punto di vista non molto è cambiato in questi mesi. Secondo i rilievi dell’indagine, infatti, in cima al proprio feed gli utenti continuano a trovare tuttora le condivisioni di breaking news o notizie in tempo reale dalle testate giornalistiche. Ma Newswhip sottolineava contestualmente anche un altro punto: la questione delle fake news è più aperta che mai. Su Facebook continuano infatti ad attrarre vaste audience anche gli editori che fanno leva sul complottismo, sulla paura, sulla rabbia. E la scorsa settimana a Perugia, nella dodicesima edizione del Festival del giornalismo, il tema del sensazionalismo, delle storture della “popularity” dei contenuti, dei possibili antidoti del giornalismo, è rimbalzato in tanti interventi.

Nella presentazione Infowar e Digital propaganda Daniele Chieffi, direttore della comunicazione digitale Agi, ha spiegato il funzionamento di alcune meccaniche con estrema chiarezza: “clicco una volta un articolo sulla violenza nell’immigrazione? Da due volte, l’algoritmo la volta successiva mi mostrerà quel tipo di contenuto per tre volte. Poi cinque, poi dieci, poi  venti. E tutto questo crea delle bolle informative, le echo chamber, che alimentano le nostre convinzioni. Considerato che il 76% dei giovani si informa su Facebook”, aggiunge “capite bene che impatto può avere questa meccanica”. Rischi noti e quanto mai attuali dell’ecosistema digitale, che potrebbero però trovare proprio nelle nuove tecnologie un alleato inatteso.

Il panel discussion “Disinformazione e Intelligenza artificiale: sfide e opportunità” ha affrontato apertamente questo argomento. Negli interventi dei relatori molti scenari sulle nuove possibilità ma anche molta prudenza. “Gli algoritmi hanno chiaramente un problema di identificazione del sensazionalismo” ha detto Lisa-Maria Neudert, dell’Oxford Internet Institute. E si sta lavorando, ha spiegato, affinché l’intelligenza artificiale quindi possa identificare, verificare e correggere la disinformazione. “Però non è ancora così semplice” avverte “perché ci sono ostacoli nella contestualizzazione, nel riconoscimento di un eventuale machine bias, nell’applicazione su scala: gestire grossi data base è un problema”. “Dunque” ha concluso “attualmente l’azione di debunking attraverso l’AI deve avvenire sempre attraverso l’azione umana”. Nello stesso panel è intervenuta anche Amy Zhang, membro del computer Science e Artificial Intelligence Lab del MIT e della Credibility Coalition, che sta lavorando su nuovi metodi di valutazione della credibilità di un contenuto informativo. “Abbiamo in cantiere vari progetti che, tramite i tool, tentano di rispondere a queste domande: cos’è un contenuto credibile? E possiamo convergere su modi scientifici e di sistema per valutare la credibilità di un’informazione? E se si, come possiamo applicarli su scala?”. “Il primo pilot della coalition” ha raccontato “è stato un progetto su cinquanta articoli, analizzato attraverso il tool Texttresher. E abbiamo lavorato su alcuni parametri fissi nella valutazione di credibilità del contenuto giornalistico: la quantità di pubblicità presente ad esempio, e l’aggressività della pubblicità stessa”. La stessa Zhang riconosce però la difficoltà nel trovare correlazioni inequivocabili tra la presenza di advertising e la credibilità di un contenuto.

Martin Robbins, intervenuto subito dopo, ha esposto l’esperienza di Factmata, community di factchecking che si fonda su applicazioni di Artificial Intelligence: “cerchiamo di agire in logiche di scala molto ampie e stiamo cercando di preparare i nostri sistemi a farlo. Però certo l’AI non è una formula magica che può risolvere da sola tutti i problemi”. E ha poi proseguito, a proposito di giornalismo e social media: “uno dei problemi di Twitter e di Facebook è che sono piattaforme che hanno molto a che fare con ciò che crea engagement tra le persone, ma poco con la qualità di quello che c’è. Popularity versus credibility: questa è la frattura”. Su questo punto ha ripreso la parola Amy Zhang sottolineando che uno degli indicatori dei progetti di Credibility Coalition è proprio quanto il tono di voce di un articolo sia emotional. “Io penso” ha concluso “che i trending topic basati della popolarità caleranno di importanza e si riaprirà uno spazio per gli esperti”.

Nel frattempo, tuttavia, il dibattito sul nuovo rapporto giornalismo e tecnologia è apertissimo. Julia Angwin di ProPublica, intervistata da Fabio Chiusi nel panel Algoritmi, Potere e Responsabilità, si è occupata lungamente dell’accountability degli algoritmi e nei suoi lavori ha ben sottolineato gli attuali limiti dell’automazione, tuttavia ha sottolineato la necessità che i nuovi giornalisti siano maggiormente tech-litered rispetto al passato. Perché è chiaro che l’utilizzo dell’AI richiederà sempre di più un approccio multidisciplinare del fattore umano. E le nuove skill del resto  sembrano essere già entrate nella quotidianità di molte testate, come hanno raccontato gli speaker del panel Automazione, Realtà aumentata e intelligenza artificiale in redazione. Anne-Marie Tomchack di Mashable UK ha esposto l’esperienza della sua redazione con Velocity, un tool personalizzabile, in uso già da anni, che consente di prevedere quali storie funzioneranno meglio sui social. “Ci sono grandi possibilità ma anche grossi rischi”, ha detto. “Perché gli algoritmi possono creare fake news: gli algoritmi stessi quindi devono essere più intelligenti e i giornalisti hanno un ruolo importante anche nel controllare che queste tecnologie effettivamente funzionino. Il tema dello sviluppo delle piattaforme va di pari passo con quello dell’etica delle nuove tecnologie”. Il tema ineludibile, ed emerge in tanti interventi, non è tecnico ma culturale.  “Bisogna sempre tenere a mente il ruolo degli esseri umani”, spiega Francesco Marconi, direttore R&D del Wall Street Journal. “C’è molto lavoro editoriale dietro l’automazione, dietro i template: tutti i processi di validazione dei dati sono guidati dall’uomo. La vera differenza è che siamo passati da un modo lineare a un modo dinamico di produrre notizie:  i giornalisti oggi sono in un certo senso anche scienziati e sperimentano, e questo è un modo di creare un’organizzazione”. Anche lo stesso Marconi però in chiusura del suo intervento si sofferma sull’etica: “il giornalismo dev’essere fondato sulla trasparenza. Lo si chiede alle fonti, dev’essere chiesto anche al modo in cui costruiamo le macchine”. L’uso delle tecnologie di automazione e intelligenza artificiale è approdato anche in Italia grazie a Rep, l’app premium di Repubblica, raccontata da Andrea Iannuzzi: “cerchiamo di offrire servizi all’utente di Rep anche attraverso il monitoraggio dei suoi dati dell’utente e le sue interazioni, per ottimizzare il flusso dei contenuti che proponiamo”. Lo stesso Iannuzzi racconta però anche gli ostacoli strutturali e contingenti che questo processo di innovazione sta incontrando in Italia. “L’uso dell’intelligenza artificiale da noi è ancora in uno stadio iniziale: il machine learning non può fare in italiano tutto ciò che riesce a fare in inglese” rileva. “Poi ci sono mansioni che per ragioni sindacali o organizzative devono essere segmentate in più figure. All’interno del nostro gruppo editoriale c’è però il visual lab in cui stiamo mettendo insieme figure professionali diverse per farle lavorare insieme”.

Per chiudere con un’esperienza italiana, si segnala infine l’approccio al data journalism condotto da più di un anno da Agi con redazioni esterne, esposto dal condirettore Marco Pretallesi nel panel Fatti, dati, mobile. “Io e Riccardo Luna ci siamo insediati all’inizio di ottobre di un anno fa, e quasi contestualmente è merso il termine post-verità. Per questo abbiamo sintetizzato il nostro indirizzo con l’hashtag #laveritàconta. Però un conto è lo slogan, un conto è farlo e per questo abbiamo deciso di dare spazio a dati e factchecking e c’è stato bisogno di competenze specifiche, di coinvolgere le realtà migliori”. Nel panel sono state raccontate le collaborazioni strutturali che Agi ha allestito con Pagella Politica che, ha raccontato Giovanni Zagni, ha l’obiettivo di offrire ai lettori il contesto delle dichiarazioni pubbliche per verificarne l’attendibilità. Analogo rapporto è stato instaurato anche con Formica Blu, rappresentata da Elisabetta Tola, che fornisce articoli long form improntati sull’utilizzo dei dati, e Youtrend, che, racconta Lorenzo Pregliasco, con il medesimo approccio improntato sui dati fa analisi politica. Un modello organizzativo che, ha detto Pratellesi, richiede tempo e investimenti.

Marco Borraccino

 

Qui i miei articoli sulle precedenti edizioni del Festival Internazionale del giornalismo:

2017

Festival del giornalismo di Perugia 2017, fake news: l’antidoto è riscoprire la lentezza

2016

Festival del giornalismo Perugia 2016, il futuro passa dal mobile. E dall’Africa…

2015

Festival del giornalismo: come sostenere una testata online. A Perugia le idee degli altri

Tv e la sua seconda vita: da ‘cattiva maestra’ a dispositivo ‘smart’

2014

Festival del giornalismo di Perugia, si riparte da Snowden

Quel monarca assoluto di nome Google News

Il lettore 2.0, watchdog dei media