Denigrare i Social via Social: il vezzo dei benpensanti. Ma c’è un altro modo

“I social media sono il terreno dell’effimero e del futile, sono le autostrade dell’odio in rete, sono luoghi perfetti per manipolare e disinformare”: sicuri che denigrarli sia l’unico modo per cambiare le cose? Forse c’è un altro modo, ad esempio Parole Ostili

“La nuova folla si chiama sciame digitale e ha caratteristiche che la differenziano radicalmente dal classico schieramento dei molti, vale a dire dalla folla. L’anima raduna e unisce: lo sciame digitale è composto da individui isolati. Gli abitanti digitali della rete non si riuniscono: manca loro la spiritualità del riunirsi, che produrrebbe un Noi. I loro modelli collettivi di movimento sono, in analogia con gli sciami costituiti da animali, assai fugaci, instabili e contraddistinti dalla volatilità”.

Sono ormai cinque gli anni trascorsi dalla sua pubblicazione, ma “Nello sciame”, saggio del filosofo sudcoreano Byung Chul Han, mostra intatto il suo fascino e la sua attualità.

Le sue tesi sulla barbarie della vita in rete, provocatorie ed elegantemente formulate, trovano di continuo nuovi epigoni: alcuni (pochi) brillanti come il maestro, altri (molti di più) semplici ultras dei media tradizionali.  Quelli degli ultimi mesi si contraddistinguono però per un passaggio ulteriore: diffondono sui social media il loro allarme sui rischi dei social media.

Denigrare i social via social

Qui c’è un esempio dal mio feed di LinkedIn. L’Huffington Post Italia riporta l’intervento del neuroscienziato Lamberto Maffei all’adunanza solenne dell’Accademia dei Lincei, a Roma, giorni fa.

Come sempre accade, l’intervento in oggetto è articolato, suscettibile di considerazioni e sfumature, ma il titolo scelto è netto.

Un primo utente, un Web content manager, dunque un professionista che con i media digitali e social ha evidentemente a che fare ogni giorno, rilancia su Linkedin (un social media, il contenuto) con un testo caratterizzato da un tone of voice negativo: i social non fanno bene al cervello, dice via social. Un altro utente, il cui titolo professionale richiama il campo dell’innovazione, condivide il post dando ancora più forza all’affondo: “se mai ci fosse bisogno di conferme”, dice lanciando via social l’allarme sui social.

Solo un caso isolato, si dirà.

Eppure è per me innegabile, lo riscontro sempre più spesso: in alcuni ambienti professionali, spesso legati in vario modo ai media tradizionali, serpeggia una ostilità crescente verso le piattaforme social media.

Probabilmente non sorta in modo improvviso negli ultimi tempi ma figlia di una scia molto più lunga, rinfocolata e resa più spessa dalla recente vittoria elettorale di forze che si proclamano “anti-establishment”, dal caso Cambridge Analytica e soprattutto da una chiara evidenza: con le loro novità, come ad esempio il Facebook Live, i media digitali continuano a mettere in discussione moltissime rendite di posizione del sistema mediatico e istituzionale.

Le accuse mosse sono principalmente tre

  1. i social media sono il terreno di una comunicazione effimera e futile;
  2. le conversazioni social sono le autostrade dell’odio in rete;
  3. le piattaforme social sono gli ambienti digitali perfetti per costruire operazione di manipolazione e disinformazione.

Ogni riflessione è legittima ma il tono è spesso quello di un vezzo da benpensanti: “signora mia, dov’è che andremo a finire con questi social?”.

Come ripartire?

Si può ripartire da un’esigenza condivisibile da tutti: ricostruire l’igiene della conversazione pubblica sui social. Per fare questo occorre agire sulla coscienza collettiva delle persone in rete. Come? Ad esempio rendendole consapevoli di alcune nozioni della propria vita digitale.

  • I nostri profili social ci rappresentano. Ogni nostra azione è un dato per le piattaforme: ogni nostra parola, ogni commento, persino ogni like viene tracciato. Ma c’è molto di più: questi atti ci descrivono all’esterno. Sono la nostra reputazione. Siamo soddisfatti della nostra rappresentazione digitale? Proviamo a chiedercelo spesso e invitiamo gli altri a farlo.
  • Diversi livelli di privacy per diversi livelli di contenuto. Esistono diversi livelli di privacy nella condivisione dei contenuti: sappiamo distinguere un nostro post pubblico, e in quanto tale reperibile in rete in tante modalità, da un altro condiviso invece soltanto con la nostra cerchia di amici? Posso assicurarvi che questa distinzione non è affatto banale neppure tra i professionisti dell’informazione.
  • Saper influire sull’algoritmo. Le piattaforme raccolgono i nostri dati e ci incasellano, è vero. Ma possiamo modificare molte cose in ogni momento. Su Facebook esiste un link da cui possiamo editare le nostre preferenze sulle inserzioni pubblicitarie: quanti lo sanno? Quanti vi hanno mai fatto accesso? Pochissimi probabilmente.

E potrei proseguire.

Le cose da sapere sarebbero tante, il lavoro da fare è lungo ma parte da una realtà ineludibile: ognuno di noi, oggi, è un media.

E le potenzialità che risiedono nel proprio smartphone e nell’amplificazione dei messaggi e delle immagini via social media richiedono senza dubbio un approccio consapevole e responsabile.

È in tal senso meritoria, ad esempio, l’iniziativa della ex presidente della Camera Laura Boldrini che ha deciso di denunciare gli haters e devolvere l’eventuale risarcimento in progetti di educazione civica digitale da tenere nelle scuole.

L’esempio di Parole Ostili

C’è poi un progetto che nel nostro Paese si sta radicando e che affronta il tema della conversazione social su un piano costruttivo e libero da precondizioni: quello di #ParoleOstili.

Rilanciato a giugno con un evento tenuto a Trieste, Parole Ostili ha cercato nei social stessi un veicolo di promozione e diffusione delle proprie tesi: secondo la piattaforma di listening Talkwalker, l’hashtag ha totalizzato nel mese 8400 menzioni, coinvolgendo più di 4 mila fonti.

Tra gli account Twitter più influenti nel flusso, vi sono ad esempio Gianluigi Tiddia (alias @insopportabile), l’imprenditore digitale Jacopo Paoletti, il sociologo Giovanni Boccia Artieri, l’avvocato Ernesto Bellisario. Loro, come molti altri, si sono attivati per rendere l’iniziativa visibile attraverso strategie di hashtag activism.

Dall’iniziativa è nato un manifesto che, alla seconda edizione dell’evento, tenuta quest’anno, ha trovato una sua declinazione anche per le aziende.

Il picco conversazionale ottenuto il 7 giugno, giornata in cui l’hashtag #PaoleOstili è stato naturalmente trending topic nazionale, mostra del resto quanto la conversazione social sia scalabile, come può esserlo ogni strumento di ascolto della società. Laddove c’è una mobilitazione, complessità, ragionamento e significazione sono in grado di imporsi, sui social come altrove.

Ogni considerazione sull’“ecologia” delle piattaforme social dovrebbe pertanto partire non da contrapposizione artificiose tra media “buoni” e “cattivi”, ma dalla centralità delle persone: dalla certezza che contenuti e tono di voce nascono dal loro vissuto e dalla loro consapevolezza sull’utilizzo dei media digitali.

Marco Borraccino

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