Twitter vs Trump: una guerra che richiede trasparenza e coraggio

A pochi mesi dalle presidenziali è guerra aperta tra Donald Trump e Twitter. In ballo c’è la natura stessa dei social media e il loro ruolo nel dibattito pubblico.

Twitter versus Donald Trump

“Get the facts about the mail in ballots”, scopri i fatti riguardanti il voto per posta.

Attorno a questa frase, che Twitter ha apposto alcuni giorni fa su un post di Donald Trump, si è innescato lo scontro più aspro che si ricordi tra un leader politico mondiale e un social media.

La battaglia che si è aperta è epocale e alla piattaforma di Jack Dorsey richiederà uno sforzo considerevole di trasparenza e coraggio nelle proprie scelte.

Il casus belli: le accuse di Trump sul voto in California  

Tweet Trump su California

Qui i due tweet incriminati, il primo (sopra) e il secondo (sotto).

In questi due post c’è il casus belli, che porta la data di martedì 26 maggio.

Trump attacca il governatore della California sul voto per corrispondenza, soluzione elettorale sollevata per poter tenere le elezioni locali in piena pandemia. Opzione “sostanzialmente fraudolenta”, accusa l’attuale inquilino della Casa Bianca.

Twitter ha dunque aggiunto al suo post quel link in basso, “Get the facts about mail-in ballots”, che rimanda a contenuti giornalistici sulla questione.

La policy di Twitter, tra buoni propositi e opacità

La piattaforma ha operato in base alla Civic integrity policy,  una linea guida approntata dalla piattaforma per contrastare contenuti e comportamenti che puntino a manipolare i processi elettorali e a disinformare. La policy in questione, tuttavia, non brilla per chiarezza.

Civic Integrity Policy Twitter

“Non tutte le informazioni false sulla politica o sui processi civili costituiscono manipolazione o interferenza”, si sostiene nella pagina della piattaforma, nel passaggio riportato nell’immagine sopra.

In genere, è scritto, non violano la policy “le dichiarazioni inesatte su un funzionario, candidato o politico eletto o nominato; un contenuto organico che è polarizzante, di parte, iperpartigiano o che contiene punti di vista controversi espressi su elezioni o politica; una discussione di informazioni sui sondaggi pubblici; dichiarazioni ampie e non specifiche sull’integrità delle elezioni o dei processi civili (come affermazioni non comprovate che un’elezione è “truccata”)”.

Non lo è neppure “usare Twitter in modo pseudonimo o come account di parodia, commenti o fan per discutere di elezioni o politica”.

L’approccio, insomma, parte da buoni propositi ma non riesce a superare alcune opacità.

La risposta di Donald Trump e la nuova mossa di Twitter

Due giorni dopo l’iniziativa di Twitter, ecco la controffensiva di Trump: il 28 maggio il presidente ha firmato un ordine esecutivo di “prevenzione della censura” con cui ha reso noto di essere intenzionato a rimuovere le norme che finora hanno consentito di considerare i social media solo piattaforme tecnologiche, non “editori”. Sostanzialmente, d’ora in poi le piattaforme dovrebbero rispondere dei contenuti delle loro piattaforme e farsi garanti della “libertà di espressione”.

Un ordine esecutivo non è una legge, ma la manifestazione di un indirizzo politico della Presidenza americana, il cui obiettivo finale è in questo caso poter eventualmente citare in causa Twitter per aver eliminato un contenuto senza motivi validi.

Tuttavia, in molti hanno osservato che questo nuovo scenario conterrebbe una grande insidia proprio verso lo stesso Donald Trump. Considerare le piattaforme Social Media totalmente responsabili dei contenuti le metterebbe infatti nella condizione di poter bannare ancora più rapidamente i contenuti ritenuti in violazione delle sue policy.

E paradossalmente è proprio quello che é successo poche ore dopo l’emissione dell’ordine esecutivo di Trump, quando Twitter ha limitato la visibilità di uno dei suoi tweet, accusando il presidente di “incitare alla violenza”.

In questo caso, Twitter ha solo “limitato” la visibilità di questo contenuto, che pur violando viola le sue policy ma “dev’essere ritenuto di interesse pubblico”.

Una soluzione di mezzo, che non è configurabile come una censura, ma semplice allerta della piattaforma verso gli utenti: sappiate che questo contenuto incita alla violenza.

Twitter e la verifica dei contenuti: cinque domande aperte

Un clima politico incandescente, l’addentrarsi nei mesi decisivi di campagna elettorale, i sondaggi avversi al presidente: tutto lascia pensare che lo scontro fra Trump e Twitter sia solo all’inizio.

Ecco perché può essere utile fermarsi a riflettere su alcune questioni aperte della querelle tra il presidente degli Stati Uniti e la piattaforma social guidata da Jack Dorsey.

1. Chi valuta i contenuti fuorvianti?

Nella policy, non viene specificato come sia composto lo staff interno destinato a valutare i contenuti. Gli algoritmi di intelligenza artificiale hanno un ruolo? Ci sono dei giornalisti? C’è del personale con formazione giuridica? Qual è la sua composizione? Il tema delle competenze non è secondario ed è una garanzia di equidistanza e attendibilità della piattaforma.

2. In base a quale criterio viene fatto scattare un fact-checking sul contenuto?

Così com’è, la policy di Twitter per ora non sembra dare sufficienti certezze sull’obiettività dei suoi interventi e sull’assenza di discrezionalità, che la metterebbe al riparo dall’accusa di favorire una singola parte in causa del dibattito pubblico.

3. Quali sono le fonti media accreditate a fare fede?

Nel link apposto ai tweet di Trump sul voto in California, Twitter rimandava a un suo thread in cui erano presenti fonti giornalistiche e anche questo è un punto dirimente. Quali sono le fonti accreditate a fare fede? Basta essere una testata giornalistica di lungo corso per essere ritenuti credibili e affidabili su un determinato argomento al di là di ogni ragionevole dubbio? Quanto accaduto negli ultimi mesi con l’emergenza coronavirus in realtà ci ha ricordato il contrario: in alcune situazioni tutti possono sbagliare, media tradizionali compresi. Del tutto o in parte.

4. Chi e come seleziona le fonti degne di fede?

Chi seleziona le fonti degne di fede su un argomento? Quali sono i criteri di accesso? La selezione è fatta per preferenza arbitraria della piattaforma o esiste la possibilità di autocandidatura di una testata giornalistica? Altri aspetti su cui non devono essere lasciate zone d’ombra.

5. In che modo gli utenti possono partecipare al processo di fact-checking?

Va infine reso atto che la policy di Twitter prevede un coinvolgimento degli utenti nella fase di segnalazione del contenuto, ma non li comprende nel resto del processo (individuazione dei criteri di violazione, selezione delle fonti “degne di fede”, etc.). Trattandosi di una piattaforma che per sua natura dovrebbe promuovere orizzontalità e condivisione, l’immissione di una procedura di fact-checking non può che fondarsi su una compartecipazione costante degli utenti.

Coraggio e trasparenza

Donald Trump non è simpatico a tanti e l’intervento di Twitter ha raccolto molti consensi, soprattutto tra i media tradizionali. Tuttavia, l’intervento di una piattaforma social sui contenuti non può essere avallato senza una governance di processo solida, che la metta al riparo da ogni accusa di discrezionalità e terzietà.

Per un social media del 2020, mutare la neutralità della propria natura non è scelta che possa essere demandata a una policy regolamentare o alla legge di un singolo Stato. Richiede bensì procedure trasparenti, al di sopra di ogni sospetto, e scelte coraggiose sul proprio rapporto con tutto l’ecosistema digitale, ovvero editori e utenti.

Un approccio strategico che si rivelerà fondamentale nel giorno in cui Twitter dovesse applicare il fact-checking a qualcuno che non è Trump e l’appoggio di tanti media “sinceramente democratici” dovesse mancare.

Marco Borraccino

@borraccinomarco

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