I Social e Trump: il deplatforming non cancella la polarizzazione

Gli account social di Donald J. Trump sono stati silenziati, ma il trumpismo è più che vivo mai e si riflette nella capacità di coinvolgimento delle pagine Facebook che sostengono il presidente uscente degli Stati Uniti.

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Sui social media la libertà di espressione deve avere un limite?

L’esigenza delle piattaforme di promuovere una “conversazione sana” può prevalere sull’interesse pubblico a conoscere l’opinione di un uomo politico?

Queste domande esistono da tempo. Hanno generato e continueranno a generare un dibattito acceso quanto infinito, caleidoscopico per punti di vista possibili e conclusioni.

L’irruzione violenta di Capitol Hill avvenuta lo scorso 6 gennaio sembra però aver prodotto un punto di svolta irreversibile. Sappiamo ora che le piattaforme sono pronte ad assumere decisioni estreme.

Tuttavia, anche alla vigilia dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, tutte le domande restano aperte. Non soltanto quelle sulla legittimità e sull’opportunità della sanzione verso gli account social di Donald J. Trump, ma anche sull’efficacia in sé della decisione assunta.

Trump e la sua attività social rappresentano plasticamente l’esistenza di una forte polarizzazione nella società statunitense. È questa diminuita, su Facebook, dopo la sospensione della pagina di Trump? Stando ad alcuni dati, sembrerebbe di no.

Trump è scomparso, ma il trumpismo è ancora sulla piattaforma, più vivo che mai per utenti, interazioni e relazioni.

I social media e il deplatforming di Trump: le posizioni del dibattito

Prima di dare un’occhiata ai dati, proviamo a riepilogare le strade prese dal dibattito pubblico dopo le decisioni di Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, Ceo di Facebook e Twitter, di “silenziare” Donald Trump: il primo provvisoriamente con la sospensione della pagina e il secondo in via definitiva con il ban del suo canale personale. Per definire queste due operazioni c’è anzi un neologismo archiviato dalla Treccani già nel 2019: è il deplatforming.

I. Benvenuta l’auto-regolamentazione: i social media hanno fatto bene a bannare Trump

Sono stati in molti, soprattutto nei media tradizionali, ad applaudire la decisione di Facebook e Twitter. Il principale argomento dei sostenitori della posizione di Dorsey e Zuckerberg è che le piattaforme da loro create sono società private e in quanto tali hanno tutto il diritto di applicare le loro condizioni d’uso. Ben venga se ciò accade anche contro l’uomo più potente della terra. Qualcuno eccepisce sul fatto che a decidere siano state direttamente le piattaforme e invoca, per il futuro, la creazione di un organismo regolatorio esterno. Ma nella sostanza tutti costoro approvano la tempestività dell’iniziativa.

II. Devono essere gli Stati e le autorità pubbliche a decidere, non le piattaforme: serve una Legge

I primi dubbi sull’opportunità dei provvedimenti non sono stati tanto sul merito della decisione, quanto sull’autorità legittimata ad emetterla. Questo il principale argomento degli scettici più “moderati”. Facebook e Twitter sono ormai parte fondamentale del discorso pubblico e non può spettare a loro decidere limiti e divieti sulla libertà di espressione: a farlo possono essere esclusivamente gli Stati e le autorità pubbliche.

III. Nessun limite alla libertà di espressione: in nessuna forma e da nessuna autorità

Infine, c’è la posizione di chi bolla l’iniziativa delle piattaforme come potenziale censura e sottolinea i rischi che risiedono nell’escludere un uomo politico, peraltro al governo, dal dibattito pubblico: la libertà di espressione non può avere limiti, in nessuna forma e da nessuna autorità. Tra i principali argomenti di questa linea di pensiero c’è il timore che questa decisione costituisca un pericoloso precedente e che l’accettazione di questa prova di forza delle piattaforme possa avere in futuro esiti non prevedibili né controllabili.

Nessuna certezza, tranne un fatto: su Facebook la polarizzazione resta

Ho ovviamente anch’io la mia opinione, ma ammetto di non avere certezze.

Parliamo infatti di piattaforme che nella popolazione comune si sono diffuse solo da poco più di dieci anni. È prematuro definirne il ruolo nell’attuale ecosistema dei media. Il loro peso reale, la loro capacità di produrre egemonia nel dibattito pubblico, la loro relazione con i media tradizionali e le reciproche responsabilità nel costruire consapevolezza e buona informazione. Tutto va ancora decifrato ed è forse presto per tentare di farlo.

Sono nati prima i social media o la polarizzazione?

La domanda più grande sul rapporto tra dibattito pubblico e social media riguarda senz’altro la polarizzazione: i social media hanno creato più divisioni nelle nostre società oppure semplicemente le hanno portate alla luce? Fino a che punto sono responsabili gli algoritmi e dove comincia, invece, il ruolo degli utenti?

Anche dopo la sospensione della pagina di Trump, la polarizzazione degli utenti Facebook negli Usa è intatta

Donald J. Trump è stato sospeso da Facebook lo scorso 7 gennaio, eppure la polarizzazione degli utenti statunitensi è intatta. Lui è sparito, ma i suoi sostenitori non sono scomparsi dalla piattaforma. Hanno interagito con pagine a lui affini politicamente, hanno popolato di commenti i loro post, li hanno condivisi e diffusi.

A raccontarlo è un account Twitter che ogni giorno pubblica una top ten dei link post a più alto engagement negli Stati Uniti. Si chiama, appunto, Facebook’s Top 10 e si avvale di CrowdTangle, tool di analytics di proprietà della piattaforma di Mark Zuckerberg.

Nella settimana successiva alla decisione di Facebook, tra le pagine a più alto engagement segnalate da “Facebook’s Top 10” ricorrono sempre pagine trumpiane. Questo, ad esempio, è il tweet di martedì 12 gennaio:

Il link post “più performante” della giornata è stato pubblicato dalla pagina di Dan Bongino.

Here they go again

Pubblicato da Dan Bongino su Martedì 12 gennaio 2021

 

Ex agente dei servizi segreti, Dan Bongino è un opinionista radiofonico e un convinto supporter di Trump. Come il presidente uscente, Bongino ha ripetutamente definito le mascherine inutili nel contrasto al Covid 19. E naturalmente è stato a fianco di Trump anche nella denuncia, mai dimostrata, di frodi nelle elezioni presidenziali dello scorso novembre.

Nel post in questione, pubblica un articolo del suo blog in cui attacca la speaker della Camera dei Rappresentanti Nancy Pelosi sull’ipotesi di impeachment. Con il link post in questione – format peraltro “debole” nell’algoritmo Facebook poiché manda l’utente fuori piattaforma – Dan Bongino ottiene 144mila interazioni.

Nella settimana successiva alla sospensione dell’account di Trump, Bongino ha usato la sua pagina Facebook da circa 2 milioni di fan per pubblicare 21 post al giorno: un numero spropositato, da comunicatore compulsivo. Tutti i post registrano un alto tasso di coinvolgimento.

Qui alcuni esempi tra quelli più “performanti”:

  • La difesa della piattaforma Parler, di cui tra l’altro Bongino è uno dei finanziatori.

If you’re still under the misguided, absurd belief that we live in a free country, then please seek help. We worked…

Pubblicato da Dan Bongino su Domenica 10 gennaio 2021 

 

  • Le accuse di corruzione ai leader democratici

It’s Friday, January 8th 2021, and the Obama/Biden administration was the most corrupt in US history.
#Obamagate

Pubblicato da Dan Bongino su Venerdì 8 gennaio 2021 

 

  • L’assimilazione complottista tra politici e media Liberal

Liberals, and their media sycophants, have ALWAYS been police-state totalitarians.

Now the mask has been pulled off, and everyone sees them for what they’ve always been.

Pubblicato da Dan Bongino su Martedì 12 gennaio 2021 

 

Interpellato tempo fa dal New York Times, Dan Bongino ha detto di non avere idea del perché abbia tanto successo su Facebook. “I don’t know what it is,” ha detto. “The strategy didn’t change at all. I think people just like the message”. E questo sembra essere certo. Nella settimana successiva alla sospensione della pagina di Trump, i post di Dan Bongino hanno raccolto 11.504.916 interazioni tra like, commenti e condivisioni. Ma non è il solo trumpiano ad aver riscosso successo in questi giorni.

Nei tweet di Facbook’s Top 10 ricorre spesso anche la pagina di “Breitbart”, sito web di news di estrema destra. Pagina ampia il doppio rispetto a quella di Bongino per numero di fan (4.547.794) e usata in modo ancor più pervasivo (61 post al giorno), Breitbart nel periodo 8-15 gennaio ha prodotto un numero di interazioni ovviamente molto elevato, pari a 10.747.109.

Breitbart punta su meme molto semplici e aggressivi, raccogliendo molte interazioni.

Pubblicato da Breitbart su Domenica 10 gennaio 2021 

 

I suoi post naturalmente fanno quadrato intorno a Trump.

Rev. Franklin Graham

Pubblicato da Breitbart su Venerdì 15 gennaio 2021 

 

E spesso attaccano frontalmente le Big Tech sulle decisioni assunte.

Pubblicato da Breitbart su Domenica 10 gennaio 2021

 

Nella classifica di Facebook’s Top 10 i questi giorni ricorrono poi spesso le pagine della First Lady Melania Trump e di Ivanka Trump, così come quelle dei sostenitori del presidente uscente, come Donald Trump For President o Usa Patriots for Donald Trump. Ovviamente sono spesso presenti nelle classifiche di fine giornata anche pagine di orientamento più equilibrato come quelle della CNN o dell’opinionista conservatore Ben Shapiro o anche, ovviamente, quella del presidente eletto Joe Biden.

È tuttavia evidente, già da questi dati, che la polarizzazione della società statunitense sulle piattaforme difficilmente potrà essere superata soltanto impedendo alle opinioni più estreme di circolare.

Il convitato di pietra: l’utente dei social media. La persona

C’è un convitato di pietra nelle discussioni di questi giorni, nessuno parla di lui eppure è sottinteso in ogni ragionamento: l’utente dei social media, la persona.

Chi è in questa discussione l’utente? Qualcuno da proteggere da opinioni pericolose? Un debole, ritenuto incapace di giudicare da solo? Un elemento da isolare se rabbioso, maleducato o incolto?

La sospensione di Trump da Facebook non ha decretato la fine del trumpismo sulla piattaforma: ha solo spinto le persone a cercare altrove la conferma alle loro opinioni.

Occorrerebbe quindi ripartire da questo dato: come far sì che le persone possano aver accesso, in rete e offline, a tutte le informazioni e gli strumenti necessari per essere in grado di valutare efficacemente ciò che vedono, ascoltano e leggono.

Aver messo gli utenti “al riparo” da opinioni pericolose non sembra aver determinato in loro l’opportunità e l’esigenza di saperne di più. Li ha solo fatti spostare verso fonti in grado di confermare ciò che vogliono continuare a pensare.

Marco Borraccino

@borraccinomarco

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