Denigrare i Social via Social: il nuovo vezzo dei benpensanti. Ma c’è un altro modo

“La nuova folla si chiama sciame digitale e ha caratteristiche che la differenziano radicalmente dal classico schieramento dei molti, vale a dire dalla folla. L’anima raduna e unisce: lo sciame digitale è composto da individui isolati. Gli abitanti digitali della rete non si riuniscono: manca loro la spiritualità del riunirsi, che produrrebbe un Noi. I loro modelli collettivi di movimento sono, in analogia con gli sciami costituiti da animali, assai fugaci, instabili e contraddistinti dalla volatilità”.

Sono ormai cinque gli anni trascorsi dalla sua pubblicazione, ma “Nello sciame”, saggio del filosofo sudcoreano Byung Chul Han, mostra intatto il suo fascino e la sua attualità. Le sue tesi sulla barbarie della vita in rete, provocatorie ed elegantemente formulate, trovano di continuo nuovi epigoni: alcuni (pochi) brillanti come il maestro, altri (molti di più) semplici ultras dei media tradizionali. Quelli degli ultimi mesi si contraddistinguono però per un passaggio ulteriore: diffondono sui social media il loro allarme sui rischi dei social media.

Qui c’è un esempio dal mio feed di LinkedIn. L’Huffington Post Italia riporta l’intervento del neuroscienziato Lamberto Maffei all’adunanza solenne dell’Accademia dei Lincei, a Roma, giorni fa. Come sempre accade, l’intervento in oggetto è articolato, suscettibile di considerazioni e sfumature, ma il titolo scelto è netto. Un primo utente, un Web content manager, dunque un professionista che con i media digitali e social ha evidentemente a che fare ogni giorno, rilancia su Linkedin (un social media, il contenuto) con un testo caratterizzato da un tone of voice negativo: i social non fanno bene al cervello, dice via social. Un altro utente, il cui titolo professionale richiama il campo dell’innovazione, condivide il post dando ancora più forza all’affondo: “se mai ci fosse bisogno di conferme”, dice lanciando via social l’allarme sui social.

Solo un caso isolato, si dirà. Eppure è per me innegabile, lo riscontro sempre più spesso: in alcuni ambienti professionali, spesso legati in vario modo ai media tradizionali, serpeggia una ostilità crescente verso le piattaforme social media. Probabilmente non sorta in modo improvviso negli ultimi tempi ma figlia di una scia molto più lunga, rinfocolata e resa più spessa dalla recente vittoria elettorale di forze che si proclamano “anti-establishment”, dal caso Cambridge Analytica e soprattutto da una chiara evidenza: con le loro novità, come ad esempio il Facebook Live, i media digitali continuano a mettere in discussione moltissime rendite di posizione del sistema mediatico e istituzionale.

Le accuse mosse sono principalmente tre: i social media sono il terreno di una comunicazione effimera e futile; i social media sono le autostrade dell’odio in rete; i social media sono gli ambienti digitali perfetti per costruire operazione di manipolazione e disinformazione.

Ogni riflessione è legittima ma il tono è spesso quello di un vezzo da benpensanti: “signora mia, dov’è che andremo a finire con questi social?”.

Come ripartire? Da un’esigenza condivisibile da tutti: ricostruire l’igiene della conversazione pubblica sui social. Per fare questo occorre agire sulla coscienza collettiva delle persone in rete. Come? Ad esempio rendendole consapevoli di alcune nozioni della propria vita digitale.

  1. I nostri profili social ci rappresentano. Ogni nostra azione è un dato per le piattaforme: ogni nostra parola, ogni commento, persino ogni like viene tracciato. Ma c’è molto di più: questi atti ci descrivono all’esterno. Sono la nostra reputazione. Siamo soddisfatti della nostra rappresentazione digitale? Proviamo a chiedercelo spesso e invitiamo gli altri a farlo.
  2. Diversi livelli di privacy per diversi livelli di contenuto. Esistono diversi livelli di privacy nella condivisione dei contenuti: sappiamo distinguere un nostro post pubblico, e in quanto tale reperibile in rete in tante modalità, da un altro condiviso invece soltanto con la nostra cerchia di amici? Posso assicurarvi che questa distinzione non è affatto banale neppure tra i professionisti dell’informazione.
  3. Saper influire sull’algoritmo. Le piattaforme raccolgono i nostri dati e ci incasellano, è vero. Ma possiamo modificare molte cose in ogni momento. Su Facebook esiste un link da cui possiamo editare le nostre preferenze sulle inserzioni pubblicitarie: quanti lo sanno? Quanti vi hanno mai fatto accesso? Pochissimi probabilmente.

E potrei proseguire. Le cose da sapere sarebbero tante, il lavoro da fare è lungo ma parte da una realtà ineludibile: ognuno di noi, oggi, è un media. E le potenzialità che risiedono nel proprio smartphone e nell’amplificazione dei messaggi e delle immagini via social media richiedono senza dubbio un approccio consapevole e responsabile. È in tal senso meritoria, ad esempio, l’iniziativa della ex presidente della Camera Laura Boldrini che ha deciso di denunciare gli haters e devolvere l’eventuale risarcimento in progetti di educazione civica digitale da tenere nelle scuole.

C’è poi un progetto che nel nostro Paese si sta radicando e che affronta il tema della conversazione social su un piano costruttivo e libero da precondizioni: quello di #ParoleOstili. Rilanciato a giugno con un evento tenuto a Trieste, Parole Ostili ha cercato nei social stessi un veicolo di promozione e diffusione delle proprie tesi: secondo la piattaforma di listening Talkwalker, l’hashtag ha totalizzato nel mese 8400 menzioni, coinvolgendo più di 4 mila fonti.

Tra gli account Twitter più influenti nel flusso, vi sono ad esempio Gianluigi Tiddia (alias @insopportabile), l’imprenditore digitale Jacopo Paoletti, il sociologo Giovanni Boccia Artieri, l’avvocato Ernesto Bellisario. Loro, come molti altri, si sono attivati per rendere l’iniziativa visibile attraverso strategie di hashtag activism.

Dall’iniziativa è nato un manifesto che, alla seconda edizione dell’evento, tenuta quest’anno, ha trovato una sua declinazione anche per le aziende.

Il picco conversazionale ottenuto il 7 giugno, giornata in cui l’hashtag #PaoleOstili è stato naturalmente trending topic nazionale, mostra del resto quanto la conversazione social sia scalabile, come può esserlo ogni strumento di ascolto della società. Laddove c’è una mobilitazione, complessità, ragionamento e significazione sono in grado di imporsi, sui social come altrove.

Ogni considerazione sull’“ecologia” delle piattaforme social dovrebbe pertanto partire non da contrapposizione artificiose tra media “buoni” e “cattivi”, ma dalla centralità delle persone: dalla certezza che contenuti e tono di voce nascono dal loro vissuto e dalla loro consapevolezza sull’utilizzo dei media digitali.

Marco Borraccino

M5S-Lega, il governo dei “barbari”: verso una nuova mappa di comunicazione

“E intanto i barbari arrivano i barbari /

Ma chi sono i barbari /

dopo ve lo dico i barbari”.

Così cantava Giorgio Gaber alla fine degli anni novanta. L’artista avvertiva la vera e propria mutazione di tante categorie, della società e della politica, italiana e non solo. E preconizzava un’era in cui si sarebbe fatto ricorso costante alle “invasioni barbariche” come metafora della sovversione delle cose. Ed è un termine che in effetti in queste settimane è tornato prepotentemente di moda: “Rome opens its gates to the modern barbarians, ha scritto sin dall’avvio dell’ipotesi di governo Lega – M5S il Financial Times, riferendosi soprattutto all’atteggiamento di rottura verso l’Unione Europea. Ma tanti diversi elementi ci dicono in realtà che siamo davanti a una trasformazione radicale, che ancor prima delle proposte politiche investe le modalità di relazione tra politico e cittadino.

La pagina di Rattazzi e i nuovi luoghi del pubblico

Ieri l’imprenditore Lupo Rattazzi ha acquistato una pagina nazionale del quotidiano Repubblica per rivolgere a Matteo Salvini e Luigi Di Maio una domanda retorica.

Interessante e intelligente provocazione, ma vedendola circolare mi sono chiesto: a chi è rivolta? I lettori del cartaceo di Repubblica non votano né Lega né M5S. Chi avrà discusso della domanda di Rattazzi? Molto probabilmente solo i giornalisti e (forse) i politici. Le menzioni che Talkwalker rileva on line nella giornata di ieri su “Lupo Rattazzi OR #LupoRattazzi” sono appena qualche centinaio. Pochissime sui social.

(Menzioni complessive)

(Menzioni social)

Le ricerche di ieri su Google Trends su chi sia l’imprenditore sono prevalenti nelle regioni del centro nord. E non certo perché al sud sanno già chi sia Rattazzi.

Ho chiesto in giro quanto possa costare l’acquisto di una pagina di Repubblica: mi dicono che la tariffa possa aggirarsi attorno ai 15mila euro.

La stessa cifra, investita su Facebook ads, avrebbe generato tra i sei e i diciannove milioni di contatti. E l’annuncio avrebbe parlato al pubblico, tutto il pubblico. Non solo ai giornalisti e ai politici.

Una nuova mappa

Questo non significa che la carta stampata sia ormai inutile e superata, quanto che certe operazioni debbano essere interpretate esclusivamente per ciò che sono, anche quando prevedono un investimento pubblicitario di quel tipo: dialoghi interni all’establishment. Chi oggi sta per giurare da ministro della Repubblica sembra essere uscito da tempo da questo recinto e si rivolge alle persone secondo una nuova mappa di comunicazione. Proviamo a isolare qui alcuni punti chiave emersi negli ultimi mesi.

  • Il Chi conta molto di più del Cosa

Nonostante molti suoi contenuti fossero in buona parte assenti nel programma elettorale, il contratto di governo è stato approvato da Lega e M5S con percentuali plebiscitarie: 91% di sì ai gazebo, 94% sulla piattaforma Rousseau. Gli elettori sono disposti a passare sopra alla pertinenza del contenuto, non alla credibilità di chi lo propone. La Flat Tax non era nel programma del M5S. Il reddito di cittadinanza non era nel programma della Lega. Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono, per i loro sostenitori, i garanti della validità della proposta. Vale per la politica ma vale forse molto di più anche per il resto: viviamo tempi in cui la credibilità di chi parla è il perno della riuscita di una strategia di comunicazione. La persona è il messaggio, il leader è il messaggio. “Il primo vero leader è il programma” ha detto Salvini in un FB Live durante le trattative per il contratto di governo. Tutt’altro: la persona è il programma. Il che, come rilevato dalla giornalista Claudia Fusani giorni fa, conferisce ampi margini di ripensamento delle proprie posizioni. Le parole non contano, fa fede il mittente.

In questo momento, i nuovi leader possono dire tutto e il suo contrario, come testimoniato anche dal rapido passaggio di Luigi Di Maio dalla minaccia di impeachment per il presidente Sergio Mattarella all’offerta di collaborare con il Quirinale per una via d’uscita all’empasse istituzionale.

  • Il cittadino vuole sentire, non leggere

La modalità comunicativa del tempo nuovo è, lo abbiamo visto, il Facebook Live. Per gli elettori di M5S e Lega, la voce del leader conta molto di più della parola scritta: perché è autentica e, ai loro occhi, credibile.

  • Rivalità sempre più accesa tra media tradizionali e new media

Diminuisce l’interesse verso la mediazione giornalistica o informativa. La campagna elettorale permanente, effetto del susseguirsi di referendum costituzionale, voto nazionale, voto locale, ha del resto garantito ai leader la possibilità di creare un mix efficace tra luogo fisico e luogo digitale, possibilità della stretta di mano e sua amplificazione immediata attraverso Facebook live. In questo nuovo modello comunicativo a soffrire sono alcuni media tradizionali la cui fruizione, come sottolineato da Prima Comunicazione, cala costantemente, persino in un periodo come quello elettorale che invece in passato avrebbe potuto generare maggiore attenzione pubblica verso l’approfondimento informativo.

Nel suo “I barbari. Saggio sulla mutazione”, edito nel 2006, Alessandro Baricco scriveva: “ogni volta che qualcuno si erge a denunciare la miseria di ogni singola trasformazione, esentandosi dal dovere di comprenderla, la muraglia si alza, e la nostra cecità si moltiplica nell’idolatria di un confine che non esiste, ma che noi ci vantiamo di difendere. Non c’è confine, credetemi, non c’è civiltà da una parte e barbari dall’altra: c’è solo l’orlo della mutazione che avanza, e corre dentro di noi. Siamo mutanti, tutti, alcuni più evoluti, altri meno, c’è chi è un po’ in ritardo, c’è chi non si è accorto di niente, chi fa tutto per istinto e chi è consapevole, chi fa finta di non capire e che non capirà mai, chi punta i piedi e chi corre all’impazzata in avanti. Ma eccoci lì, tutti quanti a migrare verso l’acqua”. Baricco guardava al cambiamento come a una mutazione non reversibile. Non so siamo di fronte a questo. Non so se un governo in carica possa utilizzare il Facebook Live come modalità quotidiana e costante di relazione con i cittadini. Certo su un passaggio non si può che concordare con lui: nessuno può esentarsi dal dovere di comprendere la trasformazione in atto.

Marco Borraccino

Da #VogliamoSavona a #Oettinger: la crisi istituzionale sui social

I like di Di Maio in homepage sui siti dei giornali. Hacker russi che condizionerebbero i trending topic italiani. Foto di stralci di manuali di diritto postate su Twitter e poi “rubacchiate” dai parlamentari: sempre, comunque, senza alcun approfondimento. Leader politici che dileggiano gli avversari rei di ricorrere troppo spesso alla diretta Facebook: dileggio che naturalmente avviene attraverso diretta Facebook .

Il nostro Paese sta vivendo una delle più gravi crisi istituzionali di sempre e le conversazioni che a tal proposito si sviluppano sui social possono tracciare alcune mappe interessanti: sia dei flussi seguiti dalle opinioni che dei nuovi rapporti di dipendenza che si sviluppano tra old media e new media.

Proviamo qui, con il supporto dei dati Talkwalker, a identificare e analizzare i punti di svolta principali delle ultime giornate.

Dove eravamo rimasti

Un Presidente del Consiglio incaricato, uno staff esperto che in modo solerte lo aveva dotato di profili ufficiali sui social e le stesse piattaforme social che in questa sollecitudine avevano visto un’opportunità di legittimazione e di credibilità, e dunque altrettanto rapidamente avevano concesso la spunta blu di verifica. Eravamo rimasti qui, a Giuseppe Conte e al suo repentino approdo sui social media. E’ passata una settimana ma tale è la densità degli eventi cui abbiamo assistito che sembra trascorso un mese. Delle motivazioni della rottura tra l’alleanza M5S-Lega e il Quirinale sappiamo ormai tutto: compreso il fatto che la comunicazione sui social media ha giocato un ruolo importante, sia nell’innescare la crisi che nel darle una rappresentazione plastica e immediatamente fruibile.

Il punto zero: lo status Facebook di Matteo Salvini

Sono le 20.41 di venerdì 25 maggio. Giuseppe Conte è al lavoro da due giorni per comporre il “governo del cambiamento” targato Movimento 5 Stelle e Lega. Sembra quasi fatta, ma da alcune ore sui media circola con insistenza un’indiscrezione. A quanto pare, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non gradirebbe il nome proposto per il ministero dell’Economia, il professore Paolo Savona, noto per alcune sue posizioni anti-euro. Nel tardo pomeriggio Conte sale al Quirinale per aggiornare Mattarella in via informale sul procedere delle consultazioni. Nel colloquio, le perplessità vengono evidentemente ribadite e all’uscita Conte informa del problema la nascente maggioranza di governo. Il leader della Lega sbotta e pubblica dalla sua pagina Facebook uno status lapidario: “Sono davvero arrabbiato”. Il suo principale alleato nella proposta del governo del cambiamento, Luigi Di Maio, mette like al post. La  cosa non passa inosservata e i media rilanciano il segnale social interpretandolo come un chiaro segnale di polemica verso il Quirinale. La miccia è innescata.

Interessante rilevare come l’esplosione dello scontro tra Quirinale e partiti si manifesti in prima battuta su Facebook. E’ lì che i leader comunicano il proprio dissenso al Capo dello Stato: Salvini si esprime con un post laconico ma chiaro, Di Maio con un segnale di assenso; entrambi eludono ogni passaggio con i media tradizionali; si rivolgono direttamente ai cittadini. Una scelta, questa di Salvini e Di Maio, in piena continuità con la loro strategia di comunicazione, sia elettorale che dell’ultimo periodo.

#VogliamoSavona: la mobilitazione social e i sospetti del Corriere

La crisi è conclamata, i sostenitori del nome proposto da Di Maio e Savona si mobilitano sui social con l’hashtag #VogliamoSavona. Secondo Talkwalker, il primo picco dell’hashtag si registra proprio nelle ore immediatamente successive allo status di Salvini, nella tarda serata del 25 maggio.

Nei giorni successivi, il Corriere della sera ventilerà il sospetto che dietro questa mobilitazione così massiccia vi siano degli hacker russi.

A quanto risulta, l’hashtag viene lanciato su Twitter nella serata di venerdì scorso, da account molto noti, dotati di un buon numero di follower e vicini alle posizioni di Lega e Movimento 5 Stelle. C’è Antonio Maria Rinaldi, quasi  22 mila follower, sostenitore delle idee di Paolo Savona e proprietario del sito scenarieconomici.it su cui il professore di economia pubblicherà poi una sua dichiarazione. C’è Giuseppe Palma, più di 6 mila follower, avvocato, saggista e collaboratore di Libero. E twitta per il professor Savona anche Claudio Messora, byoblu, quasi 5o mila follower, vero e proprio influencer da sempre vicino al Movimento 5 Stelle.

Antonio Maria Rinaldi, ore 22.40

Giuseppe Palma, ore 22.59

Claudio Messora, ore 23.13

Nella giornata successiva l’hashtag resterà in tendenza e toccherà picchi di frequenza ancora più alti. E’ un trend a cui prendono parte giornalisti noti come Antonio Socci, personaggi dello spettacolo come Simona Ventura, Simone Di Stefano di Casapound. Personaggi pubblici che, stando ai dati di Talkwalker, pubblicano post ad alto tasso di condivisione e che, con ogni probabilità tengono in alto il trending topic e lo diffondono anche a mondi esterni a quelli di M5S-Lega. Sembra dunque essere pienamente spiegabile in che modo l’hashtag sia potuto diventare virale e restarci: grazie a diversi account “influenti”, ambienti diversi per settore e per area politica si sono mobilitati su un unico trending topic, il cui oggetto è peraltro l’apertura dei tg del giorno.

Tra i più importanti tweet di queste prime giornate rilevati da Talkwalker, sabato 26 c’è anche quello in cui viene postata la fotografia del manuale di diritto pubblico di Temistocle Martines, erroneamente attribuita a Costantino Mortati, come ampiamente approfondito dall’Agi, che sottolinea peraltro la mancata contestualizzazione della citazione. Peraltro anche l’Agi attribuisce l’errore a Danilo Toninelli, il quale con ogni probabilità ha semplicemente “importato” la foto postata da Socci (o addirittura da altri prima di lui): il suo tweet infatti è stato postato soltanto domenica 27, quando il tweet del giornalista aveva già acquisito viralità e la foto era ampiamente circolata.

E’  Tra i risultati più rilevanti c’è anche il tweet dell’account Il Sofista, 40 mila follower, di cui avevamo già parlato analizzando la conversazione social #governoneutrale e che anche in quella occasione si era schierato su posizioni molto critiche verso Mattarella. Utente quindi molto attivo nell’orientare il sentiment di determinate conversazioni su Twitter.

Dei tre hashtag che maggiormente hanno rappresentato la crisi istituzionale #VogliamoSavona è quello che ha ottenuto il più alto numero di mentions: ha ottenuto quasi 130 mila menzioni.

La risposta dei sostenitori del Quirinale: #IoStoconMattarella

Al crescere dell’hashtag #VogliamoSavona, sabato 26 maggio i sostenitori della posizione del Presidente della Repubblica oppongono #IoStoconMattarella. Il flusso è consistente sebbene, in termini assoluti, inferiore a quello precedente. E’ tuttavia interessante notare come la drammaticità dell’appello del Presidente sia stata molto più mobilitante rispetto a tutto l’hashtag precedente: il grafo di Talkwalker indica che il picco conversazionale di #IostoconMattarella (flusso blu) è molto più alto rispetto a tutti quelli del topic precedente e anche i successivi.

La levata di scudi dei 5 stelle: #IlMiovotoConta

“Ho bisogno del vostro aiuto. Collegatevi, ci sono novità importanti”. La macchina della mobilitazione del Movimento 5 Stelle è collaudatissima. Facebook live di Luigi Di Maio, immediata tweetstorm con un hashtag condiviso e motivante. Ma le indecisioni politiche dei 5 Stelle in questa fase si riverberano anche sull’efficacia delle loro iniziative sui social e il flusso non ottiene risultati comparabili agli altri due. Il numero di menzioni indicate da Talkwalker non raggiunge nemmeno la metà di quelle di #VogliamoSavona.

Il FB Live “diverso” di Matteo Renzi

La bagarre politica offre l’opportunità di tornare a parlare in modo disintermediato ai propri social follower anche a Matteo Renzi.

Il look con cui si propone ai suoi fan è però ben diverso da quello che adottano, nello stesso formato, i suoi competitor diretti, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Renzi infatti ha ancora un atteggiamento da Presidente del Consiglio, un modo di porsi molto istituzionale: seduto alla scrivania, bandiere sullo sfondo, giacca indossata. Siamo ben lontani dalla più informale camicia di Di Maio o dall’improvvisazione dei live “sul tetto” di Salvini. Renzi sceglie un approccio diverso e non a caso critica, proprio in questa occasione, l’eccessivo ricorso dei suoi competitor al Fb Live. Cosa che viene rilevata da David Allegranti del Foglio.

Le esternazioni di #Oettinger

A infiammare nella giornata di ieri un quadro politico già rovente ci sono le esternazioni del commissario UE al bilancio, Gunther Oettinger. E’ un’occasione che Salvini e Di Maio non perdono per accusare l’Ue e la Germania di indebita ingerenza sulla politica italiana: secondo Talkwalker,  i tweet di Salvini e Di Maio sono i post social più influenti di questo trending topic.

Marco Borraccino

 

Governo M5S–Lega, c’è già il primo membro dello staff: è il social media manager di Giuseppe Conte

Giuseppe Conte. Negli ultimi giorni si è parlato moltissimo di lui: del suo curriculum, della singolarità delle circostanze con cui è stato designato Presidente del Consiglio da Movimento 5 Stelle e Lega, della definizione che si è dato al primo incontro ufficiale con la stampa, “avvocato difensore del popolo italiano”. Di lui sappiamo comunque ancora molto poco. Tuttavia una prima notizia già c’è. Il professore ha già iniziato ad allestire il suo staff: ha già un collaboratore. Stando a quanto abbiamo visto, a poche ore dal suo incarico Giuseppe Conte ha avuto immediatamente a disposizione un social media manager esperto.

Su Facebook, infatti, esiste già una pagina ufficiale del premier incaricato, con tanto di spunta blu di avvenuta verifica da parte del social di Menlo Park e 82 mila fan in una sola giornata di attività. Da questo canale, Conte ha già effettuato una prima diretta live, al termine delle consultazioni di ieri.

C’è di più: chi si sta occupando dei social del nuovo Presidente del Consiglio ha aperto contestualmente anche un canale Instagram ufficiale, anch’esso già omaggiato dalla spunta blu di verifica. Da questo canale, sempre nella giornata di ieri, il social media manager di Conte ha pubblicato tre Stories, una delle quali, l’ultima, rinviava via link alla diretta Facebook. E risulta dunque evidente che esiste già un chiaro approccio strategico alla comunicazione social media del Presidente, che sarà caratterizzata da multicanalità e convergenza sul FB Live. Strumento della cui crescente centralità nell’attuale fase politica abbiamo già parlato nei giorni scorsi.


C’è un piccolo giallo su Twitter, dove invece i profili aperti a nome del presidente Conte sono diversi e ben due di questi hanno dichiarato, in un post, di aver chiesto la spunta blu di verifica.

Il primo dei due account segnalati, peraltro, nel pomeriggio di ieri è stato al centro di un piccolo caso per aver rilanciato via tweet la fake news sulla morte di Mario Draghi.

Il RT effettuato in tarda serata di ieri dall’account ufficiale di Luigi Di Maio al tweet dell’account @GiuseppeConteIT sembra comunque dirimere ogni dubbio su quale sia il vero canale Twitter del prossimo Presidente del Consiglio. La condivisione via Twitter di Di Maio, con ogni probabilità, apre anche delle ipotesi concrete su quale possa essere la provenienza professionale della persona che sta gestendo l’avvio della comunicazione social del professore.

Contrattempi su Twitter a parte, appare ovvio che chiunque stia allestendo la comunicazione social del nuovo premier è senz’altro professionista esperto e ben dotato di conoscenze anche all’interno degli staff dei social media stessi. Chiunque sia del mestiere sa che non è cosa affatto banale l’aver ottenuto la spunta blu di verifica dagli uffici di Facebook nel giro di pochissime ore.

Una partenza così repentina e già molto funzionale è finalizzata, con ogni probabilità, a occupare la conversazione social sul nascente governo con owned media, canali propri con contenuti autoprodotti, e condizionare favorevolmente, o almeno bilanciare, gli earned media, le menzioni ricevute dal resto degli utenti social riguardo al topic “nuovo governo”.

Secondo il tool Talkwalker, ieri l’hashtag #GovernoConte, trending topic per la gran parte della giornata, ha ottenuto sinora circa 13500 mentions, con un sentiment prevalentemente neutrale nel complesso dei post e tendenzialmente negativo nella percentuale di contenuti connotati, “di parte”. La strada è lunga, ma da quel poco che abbiamo visto chi si occupa dei social del professore sembra sapere il fatto suo.

Marco Borraccino

 

 

Contratto di governo: è il Facebook Live l’ordine del tempo nuovo M5S – Lega

Il governo Lega – 5 Stelle cambierà l’Italia? Il contratto di governo reggerà alla prova dei cinque anni di legislatura? Mentre la trattativa tra Luigi Di Maio e Matteo Salvini è ormai alla stretta finale, possiamo senza dubbio individuare un elemento emergente di questo tempo nuovo che si sta aprendo: l’utilizzo metodico del Facebook Live, la diretta del leader della propria pagina Facebook, quale mezzo di posizionamento politico e mediatico. Un format video attraverso cui i protagonisti della scena politica si rivolgono in modalità diretta e indifferenziata tanto ai cittadini quanto ai media, di fatto scavalcando i professionisti dell’informazione. Questa scelta di comunicazione non è certo una novità di queste ultime settimane: come abbiamo visto a suo tempo, è anche grazie al Live, all’utilizzo di questo contenuto digitale “nativo”, pubblicato esclusivamente su Facebook, che Di Maio e Salvini hanno potuto registrare in campagna elettorale una crescita delle loro fan base molto più alta rispetto a quella dei loro competitor. Ma le dirette di questi ultimi giorni dimostrano che questo format si è consolidato, che questa scelta di canale può far parte di un approccio strategico non soltanto quando va costruito il consenso elettorale, ma anche quando occorre comunicare la propria posizione nei frangenti più delicati di una legislatura.

Lo abbiamo visto fare martedì nel tardo pomeriggio a Luigi Di Maio, la cui diretta ha raccolto quasi due milioni di visualizzazioni.

In questa diretta Luigi Di Maio spiega la scelta del termine “contratto di governo” rispetto ad alleanza di governo: un patto basato sugli obiettivi. E non perde occasione di attaccare gli “opinionisti” del sistema mediatico tradizionale che proprio sul termine sul contratto di governo hanno ironizzato nei giorni scorsi. I dati di coinvolgimento sui social sono consistenti: più di 104mila reactions, 45mila di condivisioni, più di 65 mila commenti.

Il giorno dopo, la stessa scelta di comunicazione è fatta dall’altro protagonista della trattativa di governo, Matteo Salvini. Ad annunciarlo è il suo digital strategist Luca Morisi, che in due tweet successivi racconterà anche il dietro le quinte della diretta (prima con Salvini poi direttamente al tavolo delle trattative).

L’intervento di Salvini è una risposta alle prime critiche ricevute alla bozza di contratto di governo e alla copertura che ne è stata data dai giornali. Il video viene rilanciato in diretta da SKy tg 24 e Lorenzo Pregliasco di Youtrend su Twitter lo definisce “un format consueto, che ci dice un po’ quanto è cambiato il mondo”.

Nelle stesse ore, secondo i dati Talkwalker, l’hashtag #contrattodigoverno raggiunge il suo apice. Al momento l’hashtag 37mila mentions, con più di 14 mila utenti unici nel flusso. Alla conversazione hanno partecipato molti protagonisti della scena politica e social: da Maurizio Martina e Carlo Cottarelli a Osho. Una notizia di cui si è visto nascere e costruire il flusso quasi esclusivamente in rete e che riassumiamo in questa infografica.

Sergio Lepri, direttore Ansa dal 1961 al 1991, nel 2005 scriveva: «il giornalismo è mediazione tra fonti e i fruitori dell’informazione. E’ chiaro che internet, permettendo l’accesso alle fonti primarie rischia di eliminare ogni forma di mediazione giornalistica». Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni conferma appieno l’irreversibilità di questa tendenza: per chiunque abbia un canale social solido, frequentato e conosciuto il newsmaking, il processo di costruzione della notizia è oggi praticabile direttamente sulle nuove piattaforme. Il protagonista è il contenuto, non occorre la mediazione giornalistica: la notizia è, appunto, disintermediata. Il flusso in tempo reale dell’online dispiega, nel Facebook Live, tutta la sua potenza dirompente su altri cicli produttivi chiusi dell’informazione, come ad esempio quello cartaceo, la cui capacità di raccontare la contemporaneità potrà probabilmente trovare efficacia solo quando sarà in grado di offrire analisi di respiro più ampio. La cronaca è altrove.

Marco Borraccino

Governo neutrale: come contaminare una conversazione social

“Ritengo in queste condizioni che sia più rispettoso della logica democratica che a portare alle elezioni sia un governo non di parte. Dai partiti fino a pochi giorni addietro è venuta più volte la richiesta di tempo per raggiungere intese. Può essere utile che si prendano ancora del tempo per approfondire il confronto tra di essi e per far maturare, se possibile, un’intesa politica per formare una maggioranza di governo, ma nel frattempo, in mancanza di accordi, consentano attraverso il voto di fiducia che nasca un governo neutrale, di servizio. Un governo neutrale rispetto alle forze politiche”.

Con queste parole, al termine delle consultazioni tenute nella giornata di lunedì, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha di fatto lanciato una possibile exit strategy al vicolo cieco istituzionale generato dalle recenti elezioni politiche. Come prevedibile, la posizione del Quirinale ha avuto una eco mediatica pressoché istantanea, anche sui social, producendo un picco conversazionale in tempi estremamente rapidi, qui raffigurati dalla grafica del tool Talkwalker.

Il flusso è stato immediatamente condizionato da una replica politica: quella di Giorgia Meloni. Secondo il tool, è la leader di Fratelli d’Italia la principale influencer del topic “governo neutrale”. Un posizionamento acquisito grazie a questo tweet, che rimanda a un post più articolato su Facebook:

Stando a Talkwalker, oltre alla parlamentare FdI questi sarebbero gli autori più importanti attivi sul topic: l’agenzia Askanews, il sito Termometro Politico e il portale di news zazoom.info.

Stando sempre alle valutazioni di Talkwalker, su un totale di 732 post in cui si menziona il topic, la gran parte sarebbero di sentiment neutro e solo un residuo 6% sarebbe connotato negativamente; assente, in ogni caso, la rilevazione di contenuti a carattere positivo.

La Meloni nelle ore seguenti continuerà ad attaccare la proposta di Mattarella, associando il governo neutrale all’esperienza dell’esecutivo guidato da Mario Monti.

Col risultato che i primi due risultati social rilevati dal tool, quelli più importanti, non sono neutri ma entrambi di connotazione negativa.

Subito dopo il tweet della Meloni, il tool riporta infatti il tweet dell’account @intuslegens, “Il Sofista”, che risponde con asprezza alla proposta del Quirinale.

Il tweet è stato poi cancellato: viene rilevato da Talkwalker, ma risulta irraggiungibile. Tuttavia, come detto, si posiziona in cima ai post social più influenti e possiamo notare come condizioni fortemente la word cloud riguardante il topic.

Parole come “inculato”, “golpe”, “parruconi”, “masturberanno” risultano tuttora in primo piano, ben visibili.

L’ultima bordata è di poco fa, twittata dal politico Francesco Storace.

Quello a cui abbiamo assistito è un esempio da manuale di occupazione “politica” di un tema, appropriazione e connotazione semantica: ne abbiamo parlato anche in occasione del report finale di #RecapElezioni18,  con i concetti di persistenza ed egemonia sui temi. I social sono piattaforme di conversazione: se un influencer si appropria di una conversazione, la condiziona, dando alla sua posizione un peso molto rilevante nella discussione pubblica. Questo si ottiene naturalmente grazie a un’influenza pubblica costruita nel tempo, nonché attraverso un posizionamento tempestivo sul topic in questione. Nella massa critica delle conversazioni questa strategia è però molto efficace. Tanto da riuscire a connotare negativamente ciò che per sua natura nascerebbe neutro, come appunto un “governo neutrale”.

Marco Borraccino

 

#H24: i numeri social del debutto

Buon esordio sui social e ampi margini di miglioramento per “H24, l’attualità condivisa”, nuovo appuntamento del mercoledì sera di Skytg24. 

Il format, curato dal vicedirettore Riccardo Bocca e dai giornalisti Francesca Smacchia, Francesca Baraghini e Dario Cirrincione, ha la propria vocazione nell’interazione col pubblico attraverso i social attorno a un tema da approfondire, che per la puntata d’esordio era l’immigrazione.

In tal senso, sono stati attivati due principali punti di contatto: Twitter, presidiato con un hashtag sponsorizzato già dalla mattina, e Facebook, con un gruppo pubblico che in pochi giorni ha raccolto 1500 membri.

Il monitoraggio, effettuato attraverso la piattaforma Talkwalker, è stato impostato sull’individuazione di post contenenti #H24hashtag24 nella giornata del 4 aprile. Qui i risultati, con un picco evidente nelle ore della messa in onda.

Particolarmente attivo e influente, come è ovvio, il curatore del format, seguito però anche da utenti comuni che hanno iniziato a prendere parte alla conversazione social sulla trasmissione Sky.

 

 

 

Il tool raccoglie in tutto, in relazione alla giornata, 717 menzioni per un totale di 440 fonti. Il tema prescelto per l’esordio, senz’altro spinoso per le divisioni che genera, è stato trattato anche in relazione a un altro argomento controverso, centrale anche in campagna elettorale: quello dei vaccini. Il secondo post a più alto engagement del flusso (il primo è di SkyTg24) è proprio quello che solleva questo tema, ed influenza anche, in parte, la word cloud finale generata dal tool. Postato nella tarda serata del 3, viene poi retwittato e discusso anche nella giornata successiva.

Interessante, infine, valutare il target social di coloro che hanno interagito e pubblicato sull’hashtag ufficiale del programma: tendenzialmente tra i 25 e i 34 anni, uomini, con una netta prevalenza delle professioni giornalistiche, quest’ultima dovuta probabilmente al peso attribuito dal tool ai post pubblicati dagli autori del programma.

Marco Borraccino

 

Fico Santo Subito: divertimento e qualche dubbio

Più di 22 mila menzioni, trending topic da due giorni, quasi otto mila fonti diverse, rilanci sui principali quotidiani nazionali. La campagna virale di sfottò sul neopresidente della Camera e le sue foto mentre  va al lavoro in autobus, rappresentata negli hashtag #FicoSantoSubito e #RobertoFicoSantoSubito, è un successo. Ed è senz’altro molto divertente.

Secondo i dati di Talkwalker, il sito più influente sul topic è l’Huffington Post e il post a più alta performance è quello della pagina Facebook di Repubblica.it.

Numeri di engagement e reach importanti, che testimoniano ancora una volta le potenzialità dei social nel costruire dal basso flussi conversazionali potenti e performanti: succede in ogni occasione in cui un tema d’attualità possa essere ripreso con un tone of voice leggero e satirico.

Conversazioni che poi, come abbiamo visto sopra, vengono anche riprese dai media tradizionali e rilanciate a un pubblico molto più vasto.

Qui due post di due influencer di ambito satirico, Le frasi di Osho e Vujaboskov.

Qui, invece, la word cloud con le 50 parole più ricorrenti.

Il rovescio della medaglia di questa dinamica sta però in due aspetti, di visibilità e di valutazione complessiva, che andrebbero parimenti considerati.

Il primo: quanta visibilità aggiuntiva ha ottenuto il neo presidente della Camera, e specificamente il suo gesto, dalla campagna virale che gli è stata dedicata?

Secondo: quanto siamo sappiamo invece del pubblico social non organizzato in campagne, non colto e brillante come quello di #FicoSantoSubito? Poco. Sappiamo però che proprio sui social i Cinque Stelle sono spesso protagonisti di rovesciamenti di fronte repentini e imprevedibili: ricordate il caso rimborsopoli, esploso in piena campagna elettorale? Il post politico più virale su Facebook nei giorni topici di quella vicenda fu la foto postata sulla sua pagina da Luigi Di Maio, in cui è ritratto mentre spiega a Filippo Roma de Le Iene quanto e come i parlamentari pentastellati abbiano restituito in cinque anni nelle istituzioni. La vedete qui sopra.

In poche parole: divertente e performante la campagna su Fico, ma attenzione alle controindicazioni e occhio a tutto il contesto.

Marco Borraccino

#DeleteFacebook: ci credono i media, non gli italiani

Massimo Mantellini oggi scriveva via Twitter che probabilmente di casi Cambridge Analytica ve ne saranno altri, e a guardare la potenza di fuoco che alcuni giornali italiani hanno riservato al caso, c’è da pensare che parleremo a lungo di social media, di privacy e  governance dei big data. Certo è che molta attenzione è stata prestata anche alle campagne nate parallelamente a questa vicenda, su tutte #DeleteFacebook, nata su iniziativa di John Calacanis: l’imprenditore, scrive Repubblica, “propone un concorso per costruire un social che possa sostituire Facebook, un social globale concorrente che rispetta la privacy e non traffica dati”. Nonostante il clamore suscitato dalla decisione di Elon Musk di cancellare le proprie pagine Facebook aziendali, stando a metriche puramente quantitative ad ora non assistiamo a “movimenti di piazza”, naturalmente virtuali, che manifestino una volontà di cancellazione dal social di Menlo Park, né a livello internazionale né nel nostro Paese.

Come vediamo da queste infografiche realizzate grazie al tool Talkwalker, l’Italia non sembra certo in prima fila nelle menzioni del topic, superata anche da Paesi europei, come la Germania, dove il tasso di frequentazione dei social media è addirittura ben inferiore al nostro. Eppure ci sono redazioni giornalistiche che hanno scommesso su questo tema: giorni fa Repubblica ha pubblicato una guida per cancellarsi dai social, rilanciandola in homepage sotto gli aggiornamenti del caso Cambridge Analytica e incorrendo in un grossolano errore nel link di rilancio all’intervista di Mark Zuckerberg.

Addentrandoci meglio nei numeri della conversazione social italiana, definiamo ancor meglio il limitato rumore sollevato finore dal topic.


Stando ai dati di Talkwalker, parliamo in Italia di circa 5mila menzioni, 4 mila fonti diverse, molto concentrate su professioni intellettuali ed editoriali. Il sistema mediatico è insomma molto rappresentato nella conversazione e il tema non è affatto distribuito omogeneamente all’interno della popolazione, a riprova della sua sostanziale settorialità.

 

 

 

 

Secondo il tool, gli autori più influenti sul topic sono ad ora il sito dell’Agenzia Giornalistica Italia Agi e il giornalista che si è occupato del tema, Arcangelo Rociola.

Marco Borraccino

Cambridge Analytica: numeri e insights sulla web conversation italiana

Il caso è esploso da meno di una settimana, eppure tanto sui media tradizionali quanto on line sembra che non si parli d’altro. L’inchiesta sulla società di big data Cambridge Analytica e le implicazioni dell’uso dei dati social sono in primissimo piano, nei siti di news e nei flussi conversazionali sui social. Proviamo quindi a dare un’occhiata, grazie al tool Talkwalker, a numeri e insights della conversazione web e social in corso in Italia.

 

 

 

 

Le menzioni del topic sono, al momento, circa 21.100. Ne hanno parlato più di diecimila autori unici e 1.400 siti. I picchi di post sono regolari, a metà giornata, da domenica 18 marzo, e non sembrano diminuire. Pressoché inutile fare una stima della reach, tale è stata la pervasività dell’attenzione da parte di tutto il mondo dell’informazione.

 

 

 

Subito dopo Twitter, tra le fonti spiccano i siti e i blog di news on line. Non a caso, a presentarsi come la fonte di news-site più influente è il sito dell’agenzia di stampa Agi, che per prima domenica scorsa ha rilanciato in Italia le rivelazioni dei quotidiani Observer, Guardian e New York Times.

Il sentiment della conversazione è tendenzialmente neutrale, con tendenza al tone of voice negativo nel 20% circa dei casi. La word cloud è pienamente coerente con questo dato  e presenta la ricorrenza di una semantica legata ad aspetti scandalistici (bufera, responsabilità, domande, rischio, colpa, etc).

Interessante, infine, il dato sui post considerati dal tool Talkwalker più influenti su questo caso. Si tratterebbe infatti dei post pubblicati su Facebook da Ceres e da Enrico Mentana.

Tale è stato l’engagement ottenuto dal post di real-time marketing pubblicato dal noto brand danese, che ad oggi il tool considera la sua fan page come “l’autore più influente” del thread di conversazione.

Senz’altro interessante notare quindi come, nonostante al centro dello  “scandalo” vi sia proprio l’uso dei dati personali lasciati su Facebook, è soprattutto su questa piattaforma che le persone ne stanno discutendo.

Ciò non riguarda solo i brand e le persone ma anche i giornalisti tradizionali, come del resto ricorda anche il post di Mentana.

A riprova del fatto che in termini di piattaforma social di discussione pubblica, almeno in Italia non esiste al momento alternativa  alcuna  al media di Menlo Park.

Marco Borraccino